Il caro diario di San John Henry Newman. Una fede tumultuosa che parla all’uomo di oggi
Centocinquanta anni fa esce Diario intimo del grande convertito inglese. Un’opera che fa emergere la tensione ideale del suo cammino di cristiano. Che lo porta dall’anglicanesimo al cattolicesimo. Una conversione non certo indolore. E non solo per ciò che lascia. Il libro ha il respiro della testimonianza. È l’incontro con un uomo vero che non fa velo ai propri pensieri. Alle difficoltà nel cammino. Alle sofferenze che patisce per incomprensioni e maldicenze. Un sacerdote che sollecita sempre la sua fede. Un cattolico fortemente impegnato a comunicarla attraverso l’educazione. Mai in antagonismo all’anglicanesimo. Un metodo da riprendere in un tempo flagellato dalla polarizzazione
27 febbraio 2026
Editoriale
Diario intimo di san John Henry Newman (EDB), il 1° novembre 2024 proclamato Dottore della Chiesa da Leone XIV (“contribuì in maniera decisiva al rinnovamento della teologia e alla comprensione della dottrina cristiana nel suo sviluppo”), zampilla umanità in ogni riga.
È un libro di poco più di sessanta pagine, scritto nella parte conclusiva della sua vita, che «può invogliare a leggere e a misurare col cuore ogni parola», come invita a fare don Primo Mazzolari nell’introduzione del 1956.
Sono trascorsi 150 anni dalla sua prima pubblicazione in Inghilterra. E la circostanza della ricorrenza rotonda aggiunge un motivo in più per entrare in rapporto con i pensieri tutt’altro che acquietati del grande convertito. Che, nel passaggio dall’anglicanesimo al cattolicesimo, ha vissuto maggiori difficoltà, incomprensioni e umiliazioni nella Chiesa di Roma piuttosto che tra gli anglicani.
Di questa sofferenza Newman scrive in più pagine del diario, anche con un certo comprensibile rammarico. Da lui, autorevoli ecclesiastici, si aspettavano, proprio per la sua vicenda personale, un entusiastico impegno per favorire conversioni. Avrebbe dovuto farlo, non foss’altro che per compiacere le autorità romane, per non deludere Propaganda Fide. Newman non ritenne mai di dover testimoniare il Signore a quel modo. La sua fede, continuamente sollecitata, l’ha giocata sul terreno dell’educazione, del rapporto cordiale, sincero, simpatetico con l’altro, con gli altri e con una particolare attenzione ai laici, alla gente comune.
«Mi pareva che non era opportuno che colui che aveva lottato in prima fila contro la Chiesa passasse poi in prima fila contro l’Anglicanesimo» (pag.43). Newman è ancora più netto in un altro frammento, come se per lui, l’adesione a Cristo e alla Chiesa fosse la resa libera a un’attrattiva e non l’obbedienza cameratesca a una linea. Scrive: «Quanto ai cattolici inglesi, per il fatto stesso che sono ciechi, ignorano di esserlo. Proporsi di migliorare la loro condizione, lo stato del corpo cattolico, rivedendone con cura le basi di discussione e la situazione in rapporto alla filosofia e alle tendenze attuali, tentare di dar loro idee più giuste, di allargare a affinare il loro spirito, in una parola, di educarli, è, ai loro occhi, peggio di un tentativo inutile, peggio di una pazzia. È un insulto. Questo implica che manca loro qualcosa di tangibile. Ora, sempre, l’educazione, nel senso lato della parola, è stata la mia occupazione. E questa preferenza non solo ha dato luogo a delusioni, perché lasciava le conversioni in ultimo piano, non solo è sembrata offensiva, perché sottolineava il fatto che i cattolici avevano ancora dei progressi da fare, ma ha suscitato vere noie alle autorità, sia a Roma che qui» (pag. 45).
La carità crocifissa e risorta
Diario intimo non è certo una somma di pagine condita da recriminazioni, lamentele, assenza di doni. Tuttavia, l’evidenza di dati di fatto perlomeno spiacevoli cui è stato fatto oggetto, hanno addensato in lui domande, considerazioni, pensieri. Ha descritto di aver raccolto più insuccessi che successi, la qual cosa lo ha ferito.
Ma la ferita è carne viva dove la verità cercata è segno di abbraccio misericordioso, di benedizione, di prova. Per questo Newman aveva una particolare predilezione per il patriarca Giobbe e, in particolare, per la frase «Giobbe ha finito di parlare… e l’Eterno ebbe riguardo di lui». Ecco allora che i pensieri frastagliati fuoriusciti dal suo diario sono stati già accolti da Dio, sempre presente, in ogni parola, in ogni faticoso incedere, in ogni apparente e vissuta contraddizione.
L’Eterno ha avuto riguardo del convertito Newman. E glielo ho fatto sentire anche quando lui non lo sentiva. All’Eterno andava bene che questo prete vivesse così intensamente il “suo” il cattolicesimo, che mai intese alla stregua di «un passaggio dall’errore alla virtù, dalle tenebre alla luce, ma una crescita di verità e di luce, un trapasso da una verità incompleta a una verità piena e completa» (pag. 12, dall’introduzione di don Primo Mazzolari).
Che poi prosegue: «Si capisce che con tale disposizione interiore, (…) egli non si sentiva di mettersi in prima fila nella lotta contro l’anglicanesimo. Newman aveva superato, lungo la dolorosa strada d’accostamento alla verità, il momento antagonistico».
Si arrivò addirittura a calunniarlo facendo circolare la leggenda che raccomandasse ai protestanti di non farsi cattolici. Mentre egli «temeva di vedere delle persone coltivate convertirsi troppo in fretta al cattolicesimo, senza aver previsto quanto sarebbe loro costato e col rischio di incontrare poi delle difficoltà in seno alla Chiesa». La missione di Newman, alimentata dall’annuncio concreto della salvezza nella familiarità con Cristo, era perciò quella di impregnare l’ambiente cattolico inglese di carità investita nelle cose: una carità crocifissa e risorta. Irradiante bontà, intelligenza, gioia, misericordia.
Le testimonianze d’affetto dei privati
E il 10 settembre 1876, Newman può scrivere, con trasporto anche stupito, che «il mio lavoro, è vero, non è stato riconosciuto in alto; ma quante lettere calde e buone ho ricevuto da privati! E che testimonianze pubbliche di riconoscenza! Come sarei ingrato se simili lettere e simili testimonianze non bastassero a rendermi contento». E subito dopo: «Da quando scrissi quanto precede, sono stato nominato Cardinale!». Allora, riprendendo don Primo Mazzolari, ecco il punto, l’abbraccio, il cuore della fede, l’atto d’amore del Padre: «Giobbe ha finito di parlare… e l’Eterno ebbe riguardo di lui».