La russofilia: dove e come nasce il montaggio e il collage
In Occidente si avvertono sentimenti positivi verso la Russia. Sembra funzionare piuttosto bene il fenomeno della seduzione. Fatto di tecniche tradizionali e sofisticate attraverso i canali disponibili come Telegram. Una strategia comunicativa che è cosa diversa dalla solita propaganda. Più sottile, più incisiva. Come spiega un recente rapporto prodotto dalla NATO. Un rapporto da comprendere. E da interpretare. Perché spiega le ragioni del programma di egemonia post culturale del Cremlino
28 novembre 2025
Imperi della mente
di Marco Dotti
«Gli imperi del futuro saranno gli imperi della mente», avvertiva Winston Churchill nel 1943. Oggi, con la guerra in Ucraina e una russofilia riemersa in vari paesi europei, la competizione riguarda soprattutto questo spazio mentale. Non si tratta di passione culturale: Dostoevskij o Čajkovskij c’entrano poco.
C’entrano, per quel poco, solo come sintomi di una causa complessa quanto alle sue radici, non solo nei suoi esiti.
La russofilia odierna genera, casomai, contatti con un fenomeno di seduzione, non di semplice manipolazione: è qualcosa che agisce per accumulo e montaggio di frammenti caratterizzati da una forte verosimiglianza, capaci di condurre fuori di sesto anche chi si muove nei contesti più affini al vero. La seduzione non strappa un consenso (sempre effimero e mutevole): lo fa nascere “spontaneamente” dentro il proprio soggetto-target, trasformando l’errore in convinzione intima e l’adesione in atto apparentemente libero. È per questo che resisterle è così difficile: per liberarsene non ci si trova a combattere un nemico esterno, ma una parte di sé che ha già pronunciato il proprio “sì”.
La strategia comunicativa del Cremlino
Un recente rapporto del NATO Strategic Communications Centre of Excellence definisce la strategia comunicativa del Cremlino come un «collage». Non un semplice flusso unidirezionale di propaganda dall’alto, ma un sistema di proliferazione “rizomatica” dove comunicazioni ufficiali, old media e piattaforme “avversarie” guidate dall’ossessione della visibilità e dalla necessità di fare audience, unite a quell’isola che è Telegram si influenzano reciprocamente. La strategia mediatica del Cremlino non può essere banalmente spiegata come un esercizio di controllo tramite strumenti proprietari, censura e propaganda: il potere di seduzione, qui, «trova una sua via tra una miriade di narrative indipendenti, create da attori in cerca di influenza» (V. Daukšas e L. Venclauskienė, The Collage of the Kremlin’s Communication Strategy, NATO Strategic Communications Centre of Excellence, Riga 2025). Ed è proprio su questi “attori in cerca di influenza”, come un tempo lo erano di celebrità, che bisogna concentrare l’attenzione.
Il collage
Per analizzare questo ecosistema «sono stati monitorati in totale 301 canali Telegram», accanto alle principali fonti istituzionali. Nelle conclusioni, il rapporto invita a non vedere questo insieme come un puzzle da ricomporre per trovare nelle conclusioni conferme a premesse autoevidenti. Il suggerimento è di vederlo come un collage: risultato dell’assemblaggio di forme, narrative e materiali diversi che creano ogni volta un insieme nuovo.
Telegram funziona da laboratorio per agitatori, la televisione e gli old media selezionano e ripuliscono dalle scorie, i comunicati ufficiali fissano il lessico e l’obiettivo. I social e le reti di informazione alternativa garantiscono la disseminazione. L’effetto è il continuo presidio di un ambiente discorsivo in cui il messaggio filorusso circola diventando atmosfera: un dato di fatto che si afferma a poco a poco, come il fumo di una singola sigaretta che, boccata dopo boccata. può mutare completamente la densità dell’aria in uno spazio circoscritto.
Nel report del NATO StratCom, il Cremlino non è l’unico regista. Emerge, infatti, una costellazione di «narrative indipendenti, create da attori in cerca di potere», il cui profilo è stato modellato e selezionato nell’arco di oltre vent’anni. Agenti, più o meno consapevoli di influenza, questi attori sono soprattutto blogger, influencer, gestori di canali Telegram ad alta visibilità, giornalisti di seconda fascia, amplificatori che rilanciano migliaia di post al giorno e “polluting channels” che producono contenuti quasi senza lettori diretti, ma utili ad alimentare la circolazione complessiva del messaggio.
In questo ecosistema ibrido, il Cremlino non detta ogni frase, non controlla ogni messaggio. Controlla il messaggero. Si limita così a dettare una linea di massima definendo il quadro narrativo generale, lasciando poi ai singoli attori territoriali in cerca di influenza il lavoro quotidiano di saturazione dello spazio informativo. È qui che la russofilia assume una nuova forma. Non più la fascinazione intellettuale per le opere di Pietro Il Grande o le riforme di Caterina II – in un contesto storico dove la russofilia aveva una controparte dialettica nell’occidentalizzazione della Russia –, ma una sorta di frame cognitivo di massa che avvolge un pubblico generalista con milioni di micro-messaggi coordinati, ma non centralizzati, e cerca di orientarne la disponibilità psichica ed emotiva.
Negli anni scorsi si è parlato di sharp power per indicare il potere “di taglio” esercitato da attori decentralizzati ma connessi con nuclei di autoritarismo organizzato, tramite media non mainstream, scandali mirati, rivelazioni destabilizzanti.
Per Christopher Walker e Jessica Ludwig, lo sharp power si distingue dal soft power perché mira a manipolare, censurare e distorcere piuttosto che conquistare con simpatia e valori condivisi. I regimi autoritari utilizzerebbero la sharp power per infiltrarsi nei sistemi democratici, limitare la libera espressione e influenzare le opinioni, proteggendo al tempo stesso i propri spazi interni da influenze esterne. Non cercherebbero, quindi, di “conquistare i cuori e le menti”, preferendo interferire nei processi politici e mediatici degli altri paesi tramite operazioni di informazione e manipolazione tecnologica (Ch. Walker e J. Ludwig, “The meaning of sharp power. How authoritarian states project influence”, Foreign Affairs, 16 novembre 2017). Tutto vero. Ma, per riprendere l’immagine del già menzionato report, siccome non esiste collage senza colla, un ibrido tra il soft e lo sharp power, una specie di sticky power (un potere appiccicoso) sembra essersi definitivamente affermato, dopo aver lavorato sottotraccia per decenni, nelle società liberali. Per questa forma di egemonia (forse è questo il termine più corretto), non si tratta solo di colpire le narrative avversarie, ma di contagiarle rendendole autocontraddittorie. Le narrative filorusse oramai arrivano, più che come tagli nel mainstream, come flusso continuo che crea una sorta di contro mainstream sferico, che non ammette polarità dialettiche e, di conseguenza, non teme le contraddizioni. Più che spaccare l’opinione pubblica, questi messaggi la saturano: insinuano il dubbio sistematico, ma al solo fine di normalizzare certe categorie interpretative, trasformando la “russofilia” in una conquista senza battaglia, per riprendere un’immagine dello scrittore Vladimir Volkoff.
Il montaggio
Sul piano narrativo, è stato proprio Vladimir Volkoff (1932-2005) a fornire una chiave di lettura anticipatrice di questa forma di egemonia post-culturale.
Nel romanzo Il montaggio, scritto nel 1982, insignito con il Grand Prix du roman de l’Académie française e incredibilmente anticipatore di quello che avverrà sette anni dopo, un generale sovietico spiega al giovane Aleksandr che le nuove forme del conflitto non puntano a distruggere, ma a «impadronirsi dei territori e dei popoli più da vicino di quanto l’abbiano mai fatto i re», grazie a «un’arma nuova, non micidiale, assai più efficace». L’arma è l’insieme di tecniche di disinformazione e influenza, applicate sistematicamente. Nel suo romanzo, Volkoff, che in una serie di lucidissimi saggi si è dimostrato tra i più brillanti analisti della moderna disinformatia, mette in scena un vero e proprio corso di montaggio informativo. Un personaggio, professionista della manipolazione, spiega che la disinformazione non consiste nel mentire, ma nel mescolare vero e falso, giocando abilmente sulle proporzioni dell’uno e dell’altro. Finendo per alterarne i contesti. «Noi, disinformatori e agenti d’influenza, giochiamo sulla quantità: un solo fatto vero ne fa passare molti che non lo sono». Cambiando l’ordine dei fatti, o spostando un dettaglio reale in un quadro interpretativo diverso, si ottiene un effetto emotivo che conta più della verifica. Se il collage descritto dal rapporto NATO indica l’infrastruttura mediatica, il montaggio di Volkoff ne chiarisce la logica operativa.
Scrive Volkoff:
«“Il nostro compagno Mao Tse-tung dice che bisogna ‘mettere nello stampo la coscienza delle masse avversarie: poiché siamo noi ad aver forgiato lo stampo, poi le teniamo alla nostra mercé. (Pitman finse d’esitare). Dopo tutto, io non vedo alcun inconveniente a insegnarle che noi distinguiamo cinque procedimenti, i quali permettono di condurre l’avversario ad agire come noi vogliamo.
In primo luogo, la propaganda bianca, che si gioca a due, e che consiste semplicemente nel ripetere milioni di volte “Io sono migliore di te”. In secondo luogo, la propaganda nera, che si giuoca a tre: si attribuiscono all’avversario propositi fittizi creati per dispiacere al terzo per il quale si dà questo spettacolo. Poi c’è l’intossicazione, che può essere giocata a due o a tre; qui si tratta d’ingannare, ma con procedimenti più sottili della menzogna: per esempio io non ti darò informazioni false, ma farò in modo che tu me le rubi. In quarto luogo, c’è la disinformazione, parola di cui ci serviamo anche per designare globalmente tutti questi metodi. In senso stretto, la disinformazione sta all’intossicazione come la strategia sta alla tattica!.
Pitman smise di parlare. Guardava la Senna, specchio che perdeva il suo fulgore. Un bateau-mouche gremito di turisti dai vestiti multicolori stava per incrociare una chiatta su cui s’asciugavano una filza di camicie e una ghirlanda di mutande.
“In quinto luogo?” Il pesce abboccava. “Il quinto metodo, Aleksandr Dmitrič, è segreto. Noi siamo l’unica potenza mondiale che abbia messo a punto determinati procedimenti… Se glieli svelassi sarebbe come se Le avessi svelato, cinque anni fa, il segreto della bomba atomica”.
“In questo caso, non mi dica niente, disse il giovane Aleksandr tornando gelido.
Pitman rettificò il tiro. “Una parola soltanto: questo quinto procedimento si chiama influenza, gli altri quattro al confronto non sono che giochi da bambini. A questo proposito, ecco una cosa che forse la urterà, si ricorda le parole di Karl Marx: ‘Il tempo delle rivoluzioni a colpi di mano compiuti’ “».
La russofilia che oggi attraversa parte dell’opinione pubblica italiana ed europea non richiede adesione ideologica a Mosca, né particolare interesse per la cultura russa. Tutt’altro. Si nutre di sequenze emotive: il ricordo dell’URSS che sconfigge il nazismo può essere abilmente ricontestualizzato a piacere, la nostalgia per l’energia «a buon mercato» prima delle sanzioni, l’antico riflesso antiamericano, la coda lunga dell’influenza culturale del PCI in Italia, il timore di un’escalation nucleare, etc… Frammenti reali, o parzialmente veri, vengono collegati fino a produrre una narrazione in cui la Russia appare come potenza assediata e razionale, e l’Occidente come attore irresponsabile e decadente. Il tutto finisce per aderire alle narrazioni del Cremlino, seguendo un “naturale” decorso.
Certe sequenze sono organizzate attorno ad alcuni temi ricorrenti: guerra «difensiva» e denazificazione, effetti delle sanzioni, destino dei territori occupati. Immagini e dati scelti vengono combinati in modo da confermare la stessa conclusione: la Russia reagisce, l’Occidente provoca. Telegram amplifica le versioni più radicali, la televisione ne offre una variante rispettabile, i comunicati ufficiali ne fissano la formula. Gli influencer italiani ne offrono una versione a uso talk show.
In questo quadro, la seduzione russofila assume la forma di una conquista “bianca”, una sorta di montrage (un collage che è al tempo stesso un montaggio, per rubare l’espressione a Tristan Tzara). Non chiede al destinatario di dichiararsi filorusso, ma di accettare alcune premesse: che la verità sia comunque inaccessibile, che «tutti mentono», che la scelta più prudente sia relativizzare, astenersi, diffidare delle proprie istituzioni più che di Mosca. È una seduzione ipnotica perché procede per saturazione: ripetizione di frame, variazioni minime sullo stesso tema, fino a rendere naturale una conclusione che non è mai stata esplicitamente imposta.
La combinazione di collage e montaggio rende questa influenza opaca: i messaggi appaiono spontanei, senza regia. Ma è nella distribuzione e nella ripetizione dei frammenti che si costruisce l’impero della mente di cui parlava Churchill. Volkoff ne ha raccontato le tecniche; il rapporto NATO ne descrive oggi gli strumenti. La difficoltà di farci spazio e di respirare tra un cumulo di notizie e opinioni che saturano l’atmosfera è lì a dirci che siamo prossimi a un punto di non ritorno. Perché in questa guerra anche l’indifferenza può essere il prodotto di un montaggio e nessuno sembra più capire, davvero, per che parte sta giocando.