Luigino Bruni: la via umanista e non tecnocratica al mercato

Perché l’economia prima di essere scienza dei numeri è grammatica dei legami umani. Tema caldo, anzi bollente. Perché, oggi più che mai, sono evidenti i limiti del capitalismo neoliberista che trasforma in potere ogni relazione in transazione e ogni incontro in contratto. Dialogo con il professore di economia politica all’università Lumsa di Roma. Da cui emerge che la ricchezza nasce dalle relazioni e non dalle merci. Anche la ricchezza del mercato


3 ottobre 2025
Nuova economia
Conversazione con Luigino Bruni a cura di Marco Dotti

Luigino Bruni @ Siciliani

Il mercato sa calcolare il prezzo di tutto, ma ignora il valore di ciò che più conta. Questa cecità non è un mero difetto tecnico dell’economia contemporanea: è la sua caratteristica costitutiva, il punto cieco che l’ha indotta a trasformare ogni relazione in transazione e ogni incontro in contratto.
Quando parliamo di “capitalismo relazionale” stiamo aggiungendo un’etichetta di facciata a pratiche lobbistiche o a forme edulcorate di stakeholder capitalism: stiamo mettendo in discussione l’architettura stessa di un sistema che ha dimenticato che la ricchezza nasce dalle relazioni, non dalle merci. Anche la ricchezza del mercato.
Nella Sala Conferenze di Confcooperative, a Roma, durante il convegno “Capitalismo Relazionale. Dalla partita doppia di Pacioli alla nuova economia delle relazioni”, promosso dalla Fondazione Relazionésimo ETS, si è tentato di restituire dignità teorica a questa intuizione antica: che l’economia, prima di essere scienza dei numeri, è grammatica dei legami umani. L’economista Luigino Bruni ha guidato questo viaggio a ritroso, dalle illusioni dell’immunità contemporanea fino alla sapienza contabile del Rinascimento, dimostrando come ogni tentativo di quantificare le relazioni finisca per distruggerle.

Professor Bruni, lei fa spesso riferimento, nei suoi lavori, a Luca Pacioli. Perché questa figura è così importante per parlare di relazioni ed economia nel Rinascimento?
Pacioli non è stato soltanto un matematico o un umanista del Rinascimento: è stato, soprattutto, un innovatore che ha saputo mettere in relazione saperi e pratiche diverse. Conobbe Leonardo da Vinci, e la sua figura sintetizza la straordinaria combinazione di intelletto scientifico e profonda umanità che caratterizza il Rinascimento italiano. Un’epoca di straordinaria fioritura culturale, spirituale, e intellettuale che si svolge principalmente nel Centro-Nord Italia – con epicentri in Toscana, Umbria, Veneto, Lombardia e territori collegati – ma che ha lasciato un’impronta universale, tuttora studiata in tutto il mondo.
In questo contesto, Pacioli ha avuto la capacità di mettere a sistema la partita doppia – ragione per cui ancora oggi, fuori dai circoli accademici, lo ricordiamo – formalizzandola e legandola a un concetto fondamentale: la relazione. Nel metodo contabile, infatti, ogni movimento in un conto ha il suo corrispondente che lo bilancia in un altro conto. Non è solo un modo di scrivere i numeri, ma una vera e propria grammatica delle relazioni economiche e umane, dove le parti non sono isolate, ma connesse da un doppio filo di reciprocità e interpretazione.
Questo spiega il grande rilievo che hanno il Libro della Ragione e il Libro Segreto nei mercanti toscani del Quattrocento e del primo Cinquecento, che tramandavano una tradizione dove il sistema economico era già pensato come un tessuto di rapporti interdipendenti, non come un semplice insieme di singoli atti individuali.
È questa relazione fra realtà contabile, pratica mercantile e cultura umanistica che rende Pacioli un simbolo perfetto di una visione dell’economia come scienza delle relazioni umane, un grande passo in avanti rispetto all’arte mercatoria medievale.

Luca Pacioli particolare del dipinto di Jacopo de Barbari (attribuzione) – Museo e Realbosco di Capodimonte

Nella sua ricerca, lei ha sempre ricondotto il pensiero economico alla sua radice biblica, e in particolare al mito di Giacobbe e dell’angelo. In che modo questa narrazione illumina la dinamica delle relazioni umane?
Nel libro La ferita dell’altro, ho scelto il mito di Giacobbe che lotta con l’angelo come immagine paradigmatica per descrivere la relazione umana nella sua forma più profonda e universale. Giacobbe, che attraversa il fiume Jabbok da solo nella notte, incontra una presenza misteriosa con cui combatte: è uno scontro radicale ma salvifico, perché Giacobbe vince pur restando ferito al nervo sciatico.
Questo incontro gli assegna un nuovo nome, Israele, che simboleggia una trasformazione esistenziale.
La ferita e la benedizione non sono opposti da separare, ma aspetti intrecciati della stessa esperienza umana. Ogni relazione significativa è sempre un intreccio di dolore, vulnerabilità, ma anche di crescita, accoglienza e dono. L’interpretazione del mito risuona così come una metafora potente per il modo in cui gli esseri umani si connettono: non possiamo pensare a relazioni senza ferite, così come non ha senso un legame solo fatto di benedizioni senza il rischio dell’apertura e della vulnerabilità.
Nel corso della civiltà, come ho analizzato nel mio lavoro, c’è stata invece la tentazione di “separare” la ferita dalla benedizione, di costruire sistemi in cui poter vivere soltanto la parte buona della relazione, ovvero la benedizione, senza il rischio della ferita. È l’origine di molte istituzioni sociali, economiche e politiche, che servono da scudi immunitari nei rapporti umani.

Quali sono i principali sistemi che l’umanità ha costruito per cercare questa immunità relazionale?
Tre grandi sistemi hanno storicamente cercato di proteggere le persone dal rischio della ferita relazionale.
Il primo è il diritto, dove il contratto assume una funzione fondamentale: stabilisce regole precise e limiti, per creare un’interazione regolata e prevedibile tra individui. Il contratto cerca di escludere l’imprevedibilità del legame umano spontaneo, trasformando l’incontro in un rapporto codificato e quindi più “sicuro”.
La funzione politica, invece, agisce alla scala della collettività: il potere dello Stato impedisce che prevalga la violenza e l’anarchia, regolando i conflitti e assicurando l’ordine sociale. Lo Stato leviatano, come lo definisce Hobbes, è la protezione suprema contro il caos della guerra di tutti contro tutti.
Infine, c’è il mercato, che oggi domina la scena soprattutto nelle società avanzate. Il mercato è il sistema più potente di immunizzazione, perché qui i rapporti umani sono mediati dal prezzo e dal denaro. Il pagamento di un prezzo consente di stabilire un rapporto regolato e standardizzato, in cui la dipendenza e la vulnerabilità sono minimizzate. In tal senso il mercato diventa un meccanismo di immunità perché permette di stringere rapporti in modo sicuro, ma anche distaccato.

@Alex Webb

In che modo questo meccanismo del mercato si traduce in conseguenze concrete nella vita quotidiana e nell’impresa?
Prendiamo un esempio semplice ma emblematico: se chiediamo a una persona cara di occuparsi dei nostri figli o dei nostri anziani, questo rapporto si basa sul dono e sulla reciprocità, ma comporta una forte vulnerabilità perché non abbiamo strumenti di immunità: c’è il rischio che questa persona ci possa “chiedere indietro” il favore, magari con aspettative implicite che possono diventare pesanti.
Se invece assumiamo una baby sitter o un assistente pagandolo, il rapporto diventa regolato dal mercato e questo ci protegge dalle dipendenze emotive o simboliche: il denaro diventa un meccanismo di immunità sociale che permette di affidare compiti senza il rischio di impatti relazionali troppo forti.
Lo stesso processo è visibile nelle imprese: un tempo si distingueva chiaramente tra mercato, inteso come luogo dell’immunità e della relazione mediata, e impresa, che invece era una comunità con rapporti diretti e intensi. Oggi, però, anche l’impresa si immunizza: la diffusione di manager, coach, counselor serve a evitare rapporti personali diretti, sostituendoli con mediazioni tecniche e professionali. Il rischio è trasformare le aziende in giganteschi meccanismi di immunizzazione dove la relazione vera e profonda è sottratta e affidata a figure esterne.

Lei ha parlato di un “umanesimo del mercato”. Che cosa intende con questa espressione?
Il grande sogno del mercato, oggi, è quello di un’umanità senza vulnerabilità, dove la tecnica assume un ruolo principe. Assistiamo a una crescente automazione di ruoli umani tradizionali: ospedali senza medici, scuole senza insegnanti, bar senza baristi, e così via. L’intelligenza artificiale promette di cancellare molti errori e limiti della relazione umana, fornendo risposte tecniche e precise in tempi rapidissimi.
Ma questa emancipazione dalla relazione comporta un costo altissimo: la perdita dell’incontro umano autentico, della reciprocità che sfugge a ogni algoritmo, della presenza che salva dalla solitudine.
La tecnica diventa quindi un’arma a doppio taglio: ci consente libertà e sicurezza, ma ci priva di dimensioni fondamentali della vita e della felicità. C’è, però, un’altra strada che la storia (e in gran parte anche il nome che abbiamo evocato all’inizio della nostra conversazione: Luca Pacioli) ricorda. Ed è, precisamente, una via non tecnocratica, ma umanista al mercato.

Paul Gauguin, particolare – La visione dopo il sermone, 1888. Olio su tela, 73 x 92 cm. Edimburgo, National Gallery of Scotland

Quali segnali ci mostrano che questo modello di immunità non funziona?
Il segnale più chiaro è l’aumento della solitudine, del malessere psicologico e della mancanza di senso, soprattutto nei luoghi di lavoro dove questi meccanismi di immunizzazione sono più diffusi. Le ricerche sul benessere lavorativo lo confermano: più aumenta la distanza emotiva e il ricorso a figure tecniche, più cresce il senso di isolamento dei lavoratori.
L’economia, che misura prevalentemente individui e gruppi attraverso parametri quantitativi, non riesce a cogliere l’essenza di ciò che riguarda la relazione, perché questa è inattaccabile dalla semplice misurazione matematica. Così, ignorando la relazione, la si calpesta, con effetti devastanti sulla qualità della vita.

Tornando ai miti biblici, cosa ci dice la vicenda di Giacobbe a proposito della condizione umana?
Il racconto biblico ha una profondità che va oltre la superficie. Un rabbino mi ha spiegato che secondo alcune tradizioni Giacobbe zoppicò tutta la vita a causa della ferita ricevuta nell’incontro con l’angelo, segno che la vulnerabilità è permanente, non qualcosa di transitorio.
Questa è la condizione umana: siamo tutti inevitabilmente “zoppi” da qualche parte. E questo è un messaggio fondamentale per chi si occupa di relazioni: non dobbiamo illuderci di costruire luoghi a vulnerabilità zero, perché sarebbe un incubo disumano. Le relazioni imperfette sono la norma e imparare a viverle bene è un’arte, un modo adulto di affrontare la vita.

Jacopo de Barbari (attribuzione) – Ritratto di Luca Pacioli – Museo e Realbosco di Capodimonte

Quale lezione possiamo trarre dal confronto tra il racconto biblico e quello coranico del conflitto tra Caino e Abele?
Nel racconto biblico Caino uccide Abele in silenzio, mentre nel Corano i due fratelli dialogano, e Abele pronuncia parole di coraggio e nonviolenza, dichiarando che preferisce morire piuttosto che diventare omicida.
Questo è un insegnamento straordinario: anche nei conflitti più atroci, è possibile scegliere la nonviolenza e la responsabilità. I miti religiosi così antichi sono in realtà strumenti antropologici vivi, che illuminano la natura dell’essere umano e la complessità delle relazioni.
Ci ricordano che la relazione è fatta di ferite e benedizioni inscindibili, e che cercare di escludere la vulnerabilità significa rinunciare a una parte essenziale dell’umanità stessa.