Mauro Ermanno Giovanardi: confessioni in musica di pura umanità

Il cantautore brianzolo, già leader dei La Crus, uno dei gruppi più interessanti del rock alternativo, confeziona un disco profondo e piacevolissimo all’ascolto. Che incuriosisce fin dal titolo: E poi scegliere con cura le parole. Testi che mordono la realtà, pieni di frammenti di vita, di desideri che bruciano nel cuore. Un album dalla lunga gestazione che si esprime attraverso la leggera ed elegante bellezza della musica pop. Un lavoro riuscitissimo. Ascoltarlo con attenzione vuol dire in qualche misura tornare ad andare d’accordo con il mondo dei cantautori che, negli ultimi anni, ha fornito prove deludenti.


27 marzo 2026
Domande di un cantautore
di Walter Gatti

Mauro Ermanno Giovanardi

Dove sono finiti i cantautori? Non che la razza pregiata della canzone italiana si sia estinta, ma sicuramente non è facile ritrovarne tracce nella produzione contemporanea e soprattutto nei gradini alti delle classifiche, ormai terreno di conquista di giovani e giovinette più o meno capaci di far musica.
Eppure, fortunatamente, qualcosa si muove. Mauro Ermanno Giovanardi – artista monzese classe 1962, già leader negli anni ‘90 di una belle band di rock alternativo, i La Crus – ha appena pubblicato il suo nuovo cd: E poi scegliere con cura le parole. Si tratta di un disco assai ricco, piacevole, vario, profondo e – diciamo pure – “colto”; ed ascoltarlo significa in qualche modo rifar pace con un ambito (proprio quello cantautorale) che ultimamente non aveva dato segnali di sé. Giunto al suo settimo disco da solista, Mauro Ermanno Giovanardi, è riuscito a produrre un album dalla lunga gestazione e attraversato dalla leggera bellezza della musica pop.

La densità delle domande

Tredici canzoni in cui la lunga lezione della canzone d’autore si miscela con il concetto migliore di “musica leggera”, imparentandosi con Luigi Tenco, con Gino Paoli, con la canzone francese, con Lucio Battisti e addirittura (per alcune citazioni testuali) con Giorgio Gaber. Il disco si ascolta benissimo, ed è sviluppato con un tocco adulto di piacevolezza armonica e melodica, un tratto distintivo che va ad avviluppare una qualità di testi e di parole cantate che è il vero punto di forza di Giovanardi. Il disco si apre con un brano per voce e pianoforte, Il buio nella pelle, quasi quattro minuti di perfezione che scandagliano l’insuccesso e la disillusione nel rapporto con le cose (“io non riesco più a godere di quel che faccio anche se è bello), seguita da Veloce, confessione di pura umanità di fronte all’incalzare di un tempo che segue ritmi disumani (“Devi andare veloce, anche se cerchi solo un po’ di pace/ devi fare veloce, ma il tuo cuore non tace”). Il susseguirsi dei brani porta Giovanardi a portarci in uno spazio emotivo e melodico che da tanto tempo non era frequentato da un autore della nostra canzone, con una profondità ed una densità di domande che si assommano caoticamente e potentemente nella conclusiva Ha ragione Schopenauer:….ed invece si deve cercare, bisogna cercare fino a farsi del male…/ la felicità la cerchi, ma lei non esiste… / e mi chiedo perché il mio cervello si fa solo di queste domande/ mentre il cuore vorrebbe risposte, perché il suo dolore e davvero gigante”.

Mauro-Ermanno Giovanardi racconta E poi scegliere con cura le parole -JamTV

Sulle tracce di Gaber e Bowie

Il disco offre tante belle canzoni, dal pezzo capolavoro Anni Zero (“non si ferma il cambiamento, altre musiche verranno, spazzeranno come il vento questi fiori e noi con loro”), una traccia pura e memorizzabile come Il cielo in una stanza di Paoli, seguita dalla Coscienza della mia Generazione che più o meno implicitamente cita Giorgio Gaber e David Bowie, soffermandosi sulla delusione rappresentata da ciò che hanno combinato i sessantenni italiani (“….fiori senza figli e senza padri, e senza più futuro/ gli ultimi perdenti della storia mentre cadeva il muro”). Tutto finisce con Non credo nei miracoli (inno ad abbracciare la realtà invece che all’attesa di eventi salvifici) e con la già citata Ha ragione Schopenhauer, brano che qua e là occhieggia alcune soluzioni dei Portishead. Si può essere sorpresi per la qualità esistenziale e introspettiva di un disco così? Non proprio: questi non sono temi nuovi per il cantautore di Monza, se è vero che già ai suoi esordi scriveva cose così: “Che pena hai anima mia, che trovi sempre in te l’oscurità?/ Che pena hai anima mia, che nessun sole mai ti scalderà?/ Che fretta hai anima mia, che guardi il mondo e che non sai cos’è?/ Che pena hai anima mia, che cerchi un segno e che non sai dov’è?” (34 Anni, inserita nel disco di La Crus Dentro me,1997). Insomma: Mauro Ermanno ha già da tempo uno sguardo umano e una scrittura poetica non superficiale, ma di sicuro oggi c’è una completezza programmatica e cantautorale che prima Giovanardi aveva solo enunciato.

Un’impronta che ci rappresenti

In questo periodo di lancio del suo disco, il musicista ha rilasciato alcune interviste. Una di queste chiacchierate giornalistiche, bontà sua, l’ha concessa anche a chi scrive. E così Giovanardi a proposito di E poi scegliere con cura le parole ha affermato: “il gruppo di canzoni di questo disco è indirizzato alle persone che non ascoltano musica come sottofondo. Per chi è stato giovane nei decenni scorsi la musica era qualcosa che – magari in maniera utopistica – poteva cambiare il mondo. C’erano canzoni che ti insegnavano qualcosa, che ti facevano pensare. Io cerco di mettermi in questo filone”. Ad esempio, dice il cantautore, “ascoltare certe cose di Luigi Tenco o dei Velvet Underground mi faceva dire da giovane: ecco, la vita può essere così! E la penso ancora così: è la stretta connessione tra cantare ed esistere ad affascinarmi. Ed ora, dopo oltre trent’anni che canto in italiano, ho fatto un disco che già nel titolo ha l’obiettivo di scegliere con cura le cose da dire. Scegliere con cura tutto. È quasi un programma esistenziale”. L’artista lombardo giunge poi a concludere riflettendo sullo scopo stesso di chi fa canzoni: “Sono sempre più convinto che l’unico modo e che l’unica arma che abbiamo per sconfiggere la morte è quella di lasciare un piccolo segno del nostro passaggio, un impronta che ci rappresenti e ci somigli”.

Un disco che riappacifica con il cantautorato italiano

Musiche, parole, interpretazione, commenti, atmosfera complessiva, impatto su chi ascolta, piacevolezza del prodotto finale: questo disco di Mauro Ermanno Giovanardi ha il pregio (come detto nell’incipit) di riappacificare con il cantautorato italiano e con la sua qualità principale, che era quella di dire in musica ciò che nel cuore delle persone si muoveva, tra fatiche e speranze, ribellioni e delusioni, frustrazioni e tensioni infinite. E quindi questo disco conferma quello che si sapeva, ma forse era andato nel dimenticatoio: che le canzoni possono dire molto sull’uomo, sulla persona, sul tempo, sul tutto dinamico in cui siamo immersi. Ed anche sull’infinito lavoro di ricerca che ci anima da sempre e che ci rende vivi.