Messianismo e volontà di potenza dell’America di Trump
A mente fredda e alla luce degli ultimi accadimenti e dei pronunciamenti del presidente Usa, incursione ragionata dentro al documento National Security Strategy of the United States of America. Una lettura fondamentale che aiuta a comprendere programmi e mosse dell’amministrazione americana. Con qualche passaggio che ancora sconcerta…
30 gennaio 2026
Mani libere
di Walter Ottolenghi
Il documento National Security Strategy of the United States of America www.whitehouse.gov/wp-content/uploads/2025/12/2025-National-Security-Strategy.pdf dovrebbe aver fatto cadere ogni velo di dubbio o ipocrisia. Le certezze acquisite in lunghi decenni in cui dall’Europa potevamo anche appassionarci e commuoverci per le tragedie del mondo, sicuri che nessuna di queste barbarie avrebbe potuto scalfire il nostro bel giardino, si dissolvono rapidamente.
Il principale alleato vuole giocare una partita diversa e ci passa una palla avvelenata proprio quando il gioco si fa più duro. La globalizzazione avviata negli anni ’70 ha prodotto effetti collaterali indesiderabili. Grazie all’abbattimento delle barriere commerciali e al trasferimento di tecnologie intere popolazioni sono uscite dall’abisso della povertà ed altre hanno intrapreso un cammino di crescita a ritmi accelerati.
Certo, il rispetto dei diritti umani, i sentimenti di amicizia e fraternità tra popoli vicini, lo stato di diritto ecc. non hanno seguito lo stesso baldanzoso ritmo. Paesi divenuti più ricchi e potenti hanno mantenuto intatte le loro disuguaglianze o le hanno accresciute.
Idem per il dispotismo e l’aggressività. Solo con più mezzi a disposizione per mettere in atto i loro propositi.
Per contro, con una perdita di competitività e rallentamento di crescita delle cosiddette economie avanzate: Nordamerica, Europa e paesi già industrializzati del Pacifico. In queste aree il prezzo è stato pagato dalle classi medie deprivate del loro ruolo mentre la ricchezza si concentrava sempre più nelle mani di pochi grandi gruppi della new economy, capaci di un ruolo di primo piano nel mercato globale.
La frustrazione che ne è derivata sembra una causa preponderante dello sviluppo dei populismi, accompagnato dalla crescente sfiducia verso le forme di rappresentanza che avevano guidato lo sviluppo dell’economia e del welfare.
America first problem?
Di fronte alla complessità di questo indesiderato scenario la nuova strategia USA dà risposte semplicistiche e paradossali, intrise dalla retorica dell’America First. Omettendo, per inconsapevolezza o per manipolazione della realtà, alcune fondamentali dinamiche dell’economia USA negli ultimi decenni, di origine interna e di natura prevalentemente finanziaria.
L’indebolimento della capacità di controllo del sistema creditizio e dei mercati finanziari ha impresso un andamento schizofrenico al trend economico. A periodi di sfrenata euforia accompagnati da comportamenti fraudolenti e conflitti di interesse mal gestiti, si alternavano spettri di crisi violente evitate con massicce iniezioni di liquidità –praticamente stampando dollari e aumentando il debito pubblico (cfr. .CON n.59).
Le partite economiche si pareggiavano col resto del mondo che comprava titoli finanziari americani utilizzando i dollari che incassava esportando prodotti negli USA. Senza globalizzazione l’America sarebbe fallita.
In questo scenario la liquidità immessa nel sistema non veniva certo investita nell’industria tradizionale, esposta alla concorrenza globale.
Per mantenere il debito era necessario importare manufatti, comunque competitivi per prezzo e qualità, da paesi che avrebbero investito una parte consistente dei ricavi in titoli del Tesoro USA e nella borsa americana. L’industria manifatturiera è stata così sacrificata e con essa la classe media, dedita ad attività tradizionali.
La liquidità circolante prendeva la strada degli investimenti nella nuova economia dematerializzata. Dal mondo del software, delle transazioni online, dei contenuti mediatici, all’intelligenza artificiale e alle criptovalute. I profitti del settore green prendevano invece la strada della Cina.
Con un ricorso disinvolto e “creativo” ai mercati finanziari si è operato un gigantesco trasferimento di ricchezza a favore dei protagonisti di questa nuova economia, con una concentrazione di potere economico nelle loro mani che non ha precedenti nella storia dell’umanità.
Guarda caso i maggiori sostenitori e finanziatori della campagna elettorale di Trump, a sua volta non estraneo a lucrose incursioni finanziarie (cfr. .CON n.63). Ora la responsabilità delle difficoltà americane, sulle quali pende anche l’attesa di un possibile sboom delle capitalizzazioni galattiche delle nuove star dei mercati, viene strategicamente scaricata sul resto del mondo. Spogliata di ogni retorica, la strategia dell’America First si riduce a questo.
La sponda americana
Vista da un’ottica europea l’occasione per questo affondo trova un assist dall’impegno di sostegno all’Ucraina che l’Europa si è presa fin dal 2022, dando per scontato un impegno comune degli Stati Uniti.Le difficoltà interne USA li spingono oggi a riequilibrare l’onere delle spese militari degli alleati, ma anche a trovare il modo di incrementare i profitti sul ricco mercato europeo, vista la difficoltà di sfondare su quello cinese.
Il negoziato russo-americano sulla soluzione della guerra in Ucraina ha offerto l’occasione per individuare in Putin una convergenza nel riconoscere nella UE un ostacolo al raggiungimento degli obiettivi di entrambi riguardo alle relazioni con l’Europa. Dei risultati del summit russo-americano di Anchorage in agosto si sa ben poco.
Di fatto il citato documento sulla Strategia della Sicurezza Nazionale USA, pubblicato a quasi quattro mesi dall’incontro, è tanto crudamente esplicito sull’Europa quanto pudicamente reticente sulla visione delle relazioni con la Russia. Cinque pagine del rapporto sono dedicate all’Asia, quattro all’Emisfero Occidentale, leggasi le Americhe, tre pagine scarse all’Europa, un paio di pagine al Medio Oriente e mezza pagina all’Africa.
La Russia? Non pervenuta. Non se ne trova un cenno né nelle pagine dedicate all’Europa né in quelle dedicate all’Asia. Pur se la Russia costituisce ca. il 40% del territorio europeo e ca. il 30% del continente asiatico. Gli Stati Uniti non dichiarano di avere una strategia riguardo la Russia. Il 14 % delle terre emerse del pianeta e il 21% dell’emisfero boreale. L’antifona emerge da una perentoria affermazione di premessa della Strategia: “Le vicende degli altri paesi sono una nostra preoccupazione solo se le loro attività minacciano direttamente i nostri interessi”. Cioè, più o meno tutti tranne la Russia e, forse, la Nuova Zelanda e le Isole Salomone.
La deriva messianica. In principio era il fake
La cosa più preoccupante e insieme significativa è la deriva messianica della parte introduttiva del documento. Impressionante l’afflato teologico con cui carambolando con una lettura taroccata della dichiarazione d’indipendenza del 1776 si arriva a consacrare il sovranismo nazionalista come fosse espressione della volontà di Dio e del diritto naturale.
Il diritto dei coloni alla secessione dal governo dispotico della madre patria viene così trasformato: “… i fondatori dell’America stabilirono una chiara preferenza per il non interventismo negli affari delle altre nazioni e ne chiarirono le basi: proprio come tutti gli esseri umani possiedono uguali diritti naturali dati da Dio, tutte le nazioni hanno diritto, in base alle “leggi della natura e al Dio della natura”, a una “posizione separata e uguale” l’una rispetto all’altra” . Frase un po’ contorta, con tanto di citazioni, per attribuire nientemeno che ai padri fondatori un’intenzione inesistente.
La parola “nazioni” non esiste nel testo del 1776 e la posizione “separata e uguale” si riferisce al distacco delle colonie dalla Gran Bretagna. Il “non interventismo”, di cui chiaramente non c’è menzione, è una libera interpretazione dell’invito a re Giorgio III a farsi da parte con le buone o con le cattive. Un bel fake su carta intestata della Casa Bianca.
Il ragionamento però porta dritto filato alla conclusione contenuta in un incredibile paragrafo intitolato nientemeno che “Il Primato delle Nazioni”.
Primato delle Nazioni – L’unità politica fondamentale del mondo è e rimarrà lo Stato-nazione. È naturale e giusto che tutte le nazioni mettano i propri interessi al primo posto e salvaguardino la propria sovranità. Il mondo funziona meglio quando le nazioni danno priorità ai propri interessi. Gli Stati Uniti metteranno i nostri interessi al primo posto e, nelle nostre relazioni con le altre nazioni, le incoraggeranno a dare priorità anche ai propri interessi. Ci battiamo per i diritti sovrani delle nazioni, contro le incursioni delle organizzazioni transnazionali più invadenti che minano la sovranità, e per la riforma di tali istituzioni in modo che assistano piuttosto che ostacolare la sovranità individuale e promuovano gli interessi americani. (Doc. cit. pag. 9, originale in inglese)
Il delirio teocon si applica naturalmente a tutti gli altri tranne che agli Stati Uniti. La nazione nativa nordamericana è ca. il 3% della popolazione. Se oggi si può parlare di una nazione americana è solo perché popoli diversi hanno contribuito a creare un’organizzazione transnazionale basata su una sovranità federale, in ordine di importanza, di tedeschi, irlandesi, inglesi, italiani e polacchi, ai quali si aggiungono ispanici, afroamericani e asioamericani di diverse nazionalità.
Nulla di naturale e nessuna creazione primordiale, ma una caparbia volontà di fare convivere i diversi. E due secoli di cammino irto di ostacoli e difficoltà conciliando interessi divergenti, culture conflittuali e disuguaglianze territoriali e sociali. “E pluribus unum”, appunto: era la bellezza e il sogno dell’America.
Europa: meglio uno spezzatino di sudditi
Sull’Europa l’interesse dell’attuale amministrazione americana è esplicito. Meglio uno spezzatino di piccoli stati egoisti e possibilmente rissosi, funzionali alla promozione degli interessi americani. Nessun mercato unico, nessuna armonizzazione fiscale, nessuna dimensione continentale nella tutela dai conflitti d’interesse e dalle posizioni monopolistiche dominanti, nella tassazione delle attività immateriali ecc. L’elenco può continuare: nessun controllo sui prezzi dei farmaci, meno controlli sulla nocività dei prodotti agroalimentari, nessun acquisto coordinato di armi, farmaci e altri generi strategici.
Insomma, via l’invadenza delle organizzazioni transnazionali che hanno la forza di sanzionare i conglomerati, che finanziano le campagne elettorali, mentre abusano della loro posizione sui mercati.
Via anche la politica commerciale unica: ogni topo sia libero di trattare col gatto come meglio crede. Questi europei potrebbero altrimenti unificare i mercati dei capitali e i sistemi fiscali. Magari con regole e controlli seri. Un oltraggio al diritto naturale delle nazioni di lasciarsi liberamente rapinare.
Obiettivo comune: staccare la spina a chi si mette di mezzo
Da Est e da Ovest dunque due tipi di interesse diversi ma convergenti nell’obiettivo comune di staccare la spina a chi sta nel mezzo. Che rappresenta la più vasta area di democrazia e di omogeneità e con i più alti indicatori di eguaglianza sociale del pianeta. Bloccarla in uno spezzatino di medio-piccole potenze illusoriamente sovrane, ma idealmente funzionali agli interessi dei due grandi fratelli transitoriamente associati in un progetto di demolizione e spartizione.
Le conseguenze: nuovo isolazionismo o interventismo parossistico?
Le interpretazioni sulla politica estera della seconda presidenza Trump come un ritorno al vecchio isolazionismo USA sembrano dunque quantomeno affrettate, soprattutto alla luce degli eventi del primo anno della nuova amministrazione. L’allentamento dell’impegno nei confronti degli alleati storici e delle organizzazioni internazionali nate in passato proprio per iniziativa degli USA sembra piuttosto indicare una volontà di muoversi senza vincoli.
America First significa semmai interventismo con le mani libere. Nessuna enunciazione strategica e nessuna visione di ampio respiro proposte alla condivisione di una convergenza di ideali e di interessi da parte di chi bene o male potrebbe considerarsi amico. Nessun vincolo e nessuna fastidiosa necessità di confronto con l’altro.
Mettendo in filala serie delle iniziative salienti dell’attuale esecutivo USA si fatica non poco a individuare un disegno coordinato e coerente con una scala di priorità di obiettivi ben definita. Quel che si vede è l’affermazione di una supremazia capacissima di conseguire risultati clamorosi e imprevedibili, ma poco convincente sulla sua capacità di costruire scenari di equilibrio stabile con prospettive accettabili di durata.
Regolamenti di conti, senza apparenti chance di portare cambiamenti solidi. Dopo questi interventi il futuro non appare necessariamente meno incerto di prima.
Certo, se l’interventismo americano riuscirà a fare di paesi come l’Iran, il Venezuela e la Nigeria luoghi dove i diritti umani e la dignità delle persone saranno rispettati, il mondo sarà un posto migliore. Se la finalità sarà invece soprattutto un avvicendamento nella proprietà delle risorse, il miglioramento riguarderà solo pochi amici degli amici. Questo secondo obiettivo è più facile da conseguire rispetto al primo, per il quale non si ricordano molte storie di successo conseguito con la forza delle armi. In questo momento non è molto chiaro se l’amministrazione USA abbia la capacità e la volontà di conseguire il ritorno di condizioni di vita accettabili in questi sfortunati paesi. Considerando l’involuzione dello stato di diritto e della stessa tutela dei diritti civili nella medesima società americana il dubbio è lecito.
Tralasciando le situazioni in qualche modo impantanate, come la nebbia fitta sul futuro di Gaza e della Cisgiordania, le gaffes sulla Groenlandia e sul Canada, le umiliazioni subite da parte di Putin, le giravolte sull’Ucraina, l’attacco portato alla Federal Reserve è invece significativo di una diversa volontà di interventismo, in questo caso finanziario, nei confronti del resto del mondo. Le possibilità che questo attacco abbia successo potrebbero essere scarse, ma non è chiaro quanto i presidi istituzionali a difesa dell’indipendenza della FED possano essere stati già erosi dall’esecutivo in carica.
La posta in gioco è solo apparentemente una questione interna. In questo caso a regolare i conti col resto del mondo non sarebbero né i seals né i marines, ma il dollaro. Una svalutazione del 12% sull’Euro e solo del 5% sullo Yuan cinese nel 2025 e i dazi sulle importazioni, che sono una forma di svalutazione mascherata, non sono bastati a creare i mirabolanti risultati di crescita promessi in campagna elettorale. Bisogna che la politica monetaria della FED sia gestita da mani amiche e complici dell’esecutivo. Solo così, tramite una rapida diminuzione dei tassi d’interesse, la svalutazione del dollaro potrà forseessere abbastanza massiccia da rendere competitiva l’economia americana e più attraenti i prezzi della borsa americana e dei titoli del Tesoro per gli investitori internazionali.
Chi ci guadagnerebbe tra gli investitori americani e gli investitori europei e cinesi già imbottiti di titoli in dollari svalutati? E tra gli americani più ricchi e gli americani più poveri? Indovinato? Bravi!
Gli effetti sul lungo termine? Problemi del prossimo Presidente.
Da questo lato dell’Atlantico
Su questo lato dell’Atlantico non sembra ancora chiaro come la scala delle priorità sia cambiata. Ammettere di avere coltivato illusioni è dura, così come rinunciare alla comfort zone delle proprie stratificazioni ideologiche. Destra-Sinistra, Green-Carbon, Libertini-Manichei: dialettiche ridotte a un inconcludente rumore di fondo.
Sul palco del mondo i protagonisti stanno recitando altro. I tentativi di Trump e Putin di sacralizzare la missione dello stato-nazione sono un modo di inchiodare dentro i vecchi recinti l’evoluzione di quelli che considerano paesi ancillari. Il loro sostegno a partiti e movimenti che in Europa rivendicano il ruolo ottocentesco delle nazioni fa presa su una debolezza oggettiva delle società europee che hanno solo parzialmente elaborato, nonostante le tragedie di due guerre mondiali, la zavorra della loro storia. Curiosamente questo disegno parte da due paesi che nazione non sono mai stati, ma mosaici di etnie diverse, tenute insieme da un mito fondatore, come ogni impero che si rispetti.
La missione salvifica della Santa Russia, terza Roma o la Cristianità illuminata dei padri fondatori. Etnia russa e WASP come elementi aggregatori e integratori, pur con metodi radicalmente diversi ed esiti decisamente divergenti.
I popoli dell’Europa cadranno nel tranello o saranno consapevoli protagonisti del nuovo inedito ruolo al quale la contingenza storica li sta chiamando? Siamo in grado, noi europei, di creare uno spazio democratico di confronto che rinnovi il quadro e ci coinvolga tutti? E si ponga con dignità né equivoca né subalterna a dialogare col resto del mondo? Esempio di libertà e pace per chiunque voglia seguire la stessa strada.
È una grande sfida, prima di tutto culturale, ma è anche il tema di confronto politico su cui più vale la pena di chiarirsi e prendere posizione.
La velocità dei cambiamenti accelera e il tempo lavora contro. Si tratta, chiaramente, del compimento del disegno unitario dell’Europa iniziato negli anni del dopoguerra e che i fondatori del nuovo ordine democratico avevano molto chiaro. Le salmerie seguiranno, come diceva Napoleone.