Paolo VI all’Onu: “Le armi creano diffidenze e propositi tristi”
Sessant’anni fa, il 4 ottobre 1965, giorno in cui la Chiesa festeggia san Francesco, il Santo Padre pronunciava un importante discorso all’Assemblea delle Nazioni Unite. Accadeva in una fase storica di guerre e alte tensioni. Guerre e tensioni che alimentano, come non mai, quest’epoca. Scandita da incertezza, paura, preoccupazione e dove la logica della forza sembra prevalere su tutto. Ecco perché oggi vale la pena riscoprire la sfida all’umano contenuta in quelle parole di speranza e di pace
12 dicembre 2025
Voce di pace
di Enzo Manes
La forza. La forza prima di tutto. Che si esprime nei gesti, nel linguaggio, nell’aggredire con compiacimento. Questo è oggi il metodo che va per la maggiore, che gode di fan accaniti in ogni parte del mondo.
La sintesi per questo mondo difettato è il passaggio avvenuto dalla forza del diritto al diritto della forza. Un’inversione a U. pericolosissima. Sembra proprio che l’ebbrezza dell’osare a qualunque costo stia largamente prevalendo sul senso realistico della misura. C’è la corsa a come disprezzare l’altro. A urlare il dileggio. A motivare programmi che sono pietre taglienti. Non più l’unione fa la forza ma la forza fa l’unione (anche in Italia).
Ogni epoca ha le sue profonde lacerazioni e divisioni. Le sue guerre e le sue tensioni. I suoi litigi, anche aspri, fra superpotenze. Ma l’oggi pare aver assunto una postura decisamente più arcigna. Che fa dire: non abbiamo ancora visto il peggio.
Perché ogni giorno arriva puntuale un qualcosa a spostare più in là la linea del traguardo che indica il peggio. E quelli di ieri che giorni sono stati? Sessant’anni fa, ad esempio, c’era la Guerra Fredda (e molti arrivano addirittura a rimpiangerla per dire degli imbarazzi attuali) e la guerra in Vietnam più una miriade di conflitti a bassa intensità (che poi sempre di morte e distruzione si tratta).
E sessant’anni fa – come adesso del resto – c’era la Chiesa che non si arrendeva al metodo del dominio della forza. In uno scenario comunque diverso dall’attuale, dove le diplomazie avevano lo spazio per lavorare dietro le quinte e non venivano depotenziate dalle intemerate degli allora leader degli imperi. E dove manteneva ancora una certa quale credibilità l’Organizzazione delle Nazioni Uniti (ora, al tempo del dileggio, delle prove muscolari, l’Onu è tutt’al più una comparsa per non dire che è ormai è al di fuori da qualsiasi scena madre).
Sessant’anni fa, all’Onu, ci fu lo storico discorso di Paolo VI. Un intervento totalmente dentro il mondo. Dentro le sue drammatiche e perturbanti contraddizioni. Sono parole che non si possono riprendere semplicemente come un ripasso, trattarle assecondando il tempo verbale del passato remoto. Mantengono acume, freschezza, nettezza, cordialità, speranza irriducibile, richiamo al senso di responsabilità, al valore del dialogo, della collaborazione. Della costruzione. Ecco allora perché è opportuno, adesso, accendere la luce su alcuni passaggi del caloroso, affettuoso e rispettoso intervento del Santo Padre.
Il prezioso accadimento all’Assemblea dell’Onu avviene il 4 ottobre 1965 quando la Chiesa festeggia la ricorrenza dell’amato san Francesco, costruttore di pace per eccellenza.
Paolo VI avvia il suo intervento con un richiamo all’umiltà e al rapporto paritetico degli uni con gli altri:
(…) “Nessuno, in quanto membro della vostra unione, sia superiore agli altri. Non l’uno sopra l’altro. È la formula della eguaglianza. Sappiamo di certo come essa debba essere integrata dalla valutazione di altri fattori, che non sia la semplice appartenenza a questa Istituzione; ma anch’essa è costituzionale. Voi non siete eguali, ma qui vi fate eguali. Può essere per parecchi di voi atto di grande virtù; consentite che ve lo dica Colui che vi parla, il Rappresentante d’una Religione, la quale opera la salvezza mediante l’umiltà del suo Fondatore Divino. Non si può essere fratelli, se non si è umili. Ed è l’orgoglio, per inevitabile che possa sembrare, che provoca le tensioni e le lotte del prestigio, del predominio, del colonialismo dell’egoismo; rompe cioè la fratellanza”.
E poi ecco l’invocazione “Non più la guerra!”:
(…) “Voi attendete da Noi questa parola, che non può svestirsi di gravità e di solennità: non gli uni contro gli altri, non più, non mai! A questo scopo principalmente è sorta l’Organizzazione delle Nazioni Unite; contro la guerra e per la pace! Ascoltate le chiare parole d’un grande scomparso, di John Kennedy, che quattro anni or sono proclamava: ‘L’umanità deve porre fine alla guerra, o la guerra porrà fine all’umanità’. Non occorrono molte parole per proclamare questo sommo fine di questa istituzione. Basta ricordare che il sangue di milioni di uomini e innumerevoli e inaudite sofferenze, inutili stragi e formidabili rovine sanciscono il patto che vi unisce, con un giuramento che deve cambiare la storia futura del mondo: non più la guerra, non più la guerra! La pace, la pace deve guidare le sorti dei Popoli e dell’intera umanità!”.
E quindi il monito sacrosanto a far cadere per terra le armi:
(…) “E voi sapete che la pace non si costruisce soltanto con la politica e con l’equilibrio delle forze e degli interessi, ma con lo spirito, con le idee, con le opere della pace. Voi già lavorate in questo senso. Ma voi siete ancora in principio: arriverà mai il mondo a cambiare la mentalità particolaristica e bellicosa, che finora ha tessuto tanta parte della sua storia? È difficile prevedere; ma è facile affermare che alla nuova storia, quella pacifica, quella veramente e pienamente umana, quella che Dio ha promesso agli uomini di buona volontà, bisogna risolutamente incamminarsi; e le vie sono già segnate davanti a voi; e la prima è quella del disarmo. Se volete essere fratelli, lasciate cadere le armi dalle vostre mani.
Non si può amare con armi offensive in pugno. Le armi, quelle terribili. specialmente, che la scienza moderna vi ha date, ancor prima che produrre vittime e rovine, generano cattivi sogni, alimentano sentimenti cattivi, creano incubi, diffidenze e propositi tristi, esigono enormi spese, arrestano progetti di solidarietà e di utile lavoro, falsano la psicologia dei popoli. Finché l’uomo rimane l’essere debole e volubile e anche cattivo, quale spesso si dimostra, le armi della difesa saranno necessarie, purtroppo; ma voi, coraggiosi e valenti quali siete, state studiando come garantire la sicurezza della vita internazionale senza ricorso alle armi: questo è nobilissimo scopo, questo i Popoli attendono da voi, questo si deve ottenere! Cresca la fiducia unanime in questa Istituzione, cresca la sua autorità; e lo scopo, è sperabile, sarà raggiunto. Ve ne saranno riconoscenti le popolazioni, sollevate dalle pesanti spese degli armamenti, e liberate dall’incubo della guerra sempre imminente, il quale deforma la loro psicologia”.
Ma tale impegno, chiarisce Paolo VI, potrebbe essere insufficiente senza il desiderio della trasformazione personale, senza vivere l’esperienza, il momento chiave della mentanoia:
(…) Questo edificio, che state costruendo, si regge non già solo su basi materiali e terrene: sarebbe un edificio costruito sulla sabbia; ma esso si regge, innanzitutto, sopra le nostre coscienze. È venuto il momento della “metanoia”, della trasformazione personale, del rinnovamento interiore. Dobbiamo abituarci a pensare in maniera nuova l’uomo; in maniera nuova la convivenza dell’umanità, in maniera nuova le vie della storia e i destini del mondo, secondo le parole di S. Paolo: ‘Rivestire l’uomo nuovo, creato a immagine di Dio nella giustizia e santità della verità’ (Eph. 4, 23). È l’ora in cui si impone una sosta, un momento di raccoglimento, di ripensamento, quasi di preghiera: ripensare, cioè, alla nostra comune origine, alla nostra storia, al nostro destino comune. Mai come oggi, in un’epoca di tanto progresso umano, si è reso necessario l’appello alla coscienza morale dell’uomo!”.
E, in conclusione, il richiamo al fondamento, alla fede in Dio come pilastro che regge l’edificio della moderna civiltà:
(…) Il pericolo non viene né dal progresso né dalla scienza: questi, se bene usati, potranno anzi risolvere molti dei gravi problemi che assillano l’umanità. Il pericolo vero sta nell’uomo, padrone di sempre più potenti strumenti, atti alla rovina ed alle più alte conquiste!
In una parola, l’edificio della moderna civiltà deve reggersi su principii spirituali, capaci non solo di sostenerlo, ma altresì di illuminarlo e di animarlo. E perché tali siano questi indispensabili principii di superiore sapienza, essi non possono non fondarsi sulla fede in Dio. Il Dio ignoto, di cui discorreva nell’areopago S. Paolo agli Ateniesi? Ignoto a loro, che pur senza avvedersene lo cercavano e lo avevano vicino, come capita a tanti uomini del nostro secolo?… Per noi, in ogni caso, e per quanti accolgono la Rivelazione ineffabile, che Cristo di Lui ci ha fatta, è il Dio vivente, il Padre di tutti gli uomini”.
Oggi, per seguire il ragionamento di speranza di Paolo VI, l’edificio della moderna civiltà continua a essere in piedi nonostante i tentativi di demolizione. E questa resistenza è un motivo ragionevole per non alzare bandiera bianca. Perché non può essere mai il tempo della resa a decretare la fine. Il Natale che è nascita non è segno di sconfitta. È primo vagito, speranza di pace che non muore. Già. “Per noi, in ogni caso, e per quanti accolgono la Rivelazione ineffabile, che Cristo di Lui ci ha fatta, è il Dio vivente, il Padre di tutti gli uomini”.