Papa Leone e la Chiesa che difende la democrazia

Da agostiniano il Santo Padre testimonia la preoccupazione e la fiducia verso la convivenza pacifica frai i popoli. Questa sensibilità lo pone in continuo confronto con la storia. Cogliendone, da un lato, le contraddizioni e, dall’altro, l’urgenza di richiamare il compito a cui sono oggi chiamati i cristiani: «Elaborare una teologia della storia autentica, fedele e coerente, per annunciare il Vangelo del Regno agli uomini del nostro tempo, nella nostra società e nel nostro mondo, senza frivoli ottimismi e senza contrapposizioni radicali o scomposte. Solo così potremo svolgere questo ruolo»


8 maggio 2026
Altolà agli autoritarismi
di Alessandro Banfi

da VATICAN INSIDER Papa Leone riceve la prima copia del libro con i suoi interventi da Priore generale degli Agostiniani

«Oggi, sul trono di Pietro siede un papa che ha grande familiarità con gli istituti e le pratiche della democrazia, come si è visto quando ha esortato i cittadini americani a interpellare i loro congressmen per pretendere la fine della guerra contro l’Iran. Tale familiarità non riflette solo le sue origini statunitensi, ma anche convinzioni profonde maturate nel suo percorso ecclesiale».
Così ha scritto lo storico Agostino Giovagnoli su Avvenire, commentando il recente viaggio del papa in Camerun. Leone XIV è infatti un agostiniano, «un figlio di sant’Agostino» come lui stesso ha detto l’8 maggio del 2025 dalla Loggia Centrale della Basilica di San Pietro. Prima ancora che la sua nazionalità statunitense, è questa sua natura agostiniana a segnare in realtà una sensibilità che lo immerge completamente in un continuo confronto con la storia.

Illuminare la storia con la fede del Vangelo

Nel volume appena pubblicato dalla Libreria Editrice Vaticana Liberi sotto la grazia, che raccoglie testi inediti precedenti all’elezione, quando Robert Francis Prevost era Priore degli agostiniani nel mondo, c’è un discorso dedicato al De Civitate Dei che bene spiega questa sua sensibilità. Dice in quell’occasione: «Al di là delle conclusioni concrete e precise che Agostino ci offre nella sua grande opera, è fondamentale che noi ne cogliamo l’intenzione e lo scopo: comprendere la storia, interpretare la storia, illuminare la storia con la fede del Vangelo e la speranza del Regno. È ciò che il Concilio Vaticano II – di cui celebriamo il cinquantenario dell’apertura – ha chiamato “scrutare i segni dei tempi”». E poi qui Prevost aggiunge un compito per i cristiani: «Elaborare una teologia della storia autentica, fedele e coerente, per annunciare il Vangelo del Regno agli uomini del nostro tempo, nella nostra società e nel nostro mondo, senza frivoli ottimismi e senza contrapposizioni radicali o scomposte. Solo così potremo svolgere questo ruolo».

Papa Leone in Camerun by LUCA_ZENNARO

La ricerca di una convivenza più giusta

La democrazia non è più di moda oggi. Tentazioni autoritarie di ogni tipo e a diverse latitudini sembrano prevalere. Negli stessi giovani dei nostri tempi non è spesso chiaro perché la democrazia sia un sistema di convivenza preferibile ad altri.
Da papa Leone XIV, Prevost parla della prospettiva della Città di Dio agostiniana nel primo discorso al Corpo diplomatico presso la Santa Sede, fondando in essa la spinta per i diritti umani. Dice: «Agostino rileva che i cristiani sono chiamati da Dio a soggiornare nella città terrena con il cuore e la mente rivolti alla città celeste, la loro vera patria. Tuttavia, il cristiano, vivendo nella città terrena, non è estraneo al mondo politico, e cerca di applicare l’etica cristiana, ispirata alle Scritture, al governo civile. La Città di Dio non propone un programma politico ma offre preziose riflessioni su questioni fondamentali della vita sociale e politica, come la ricerca di una convivenza più giusta e pacifica tra i popoli.
Agostino mette anche in guardia dai gravi pericoli per la vita politica derivanti da false rappresentazioni della storia, dall’eccessivo nazionalismo e dalla distorsione dell’ideale dello statista. Sebbene il contesto in cui ci troviamo a vivere oggi sia diverso da quello del V secolo, alcune analogie rimangono assai attuali.
Come allora siamo in un’epoca di profondi movimenti migratori; come allora siamo in un tempo di profondo riassetto degli equilibri geopolitici e dei paradigmi culturali; come allora siamo, secondo la nota espressione di Papa Francesco, non in un’epoca di cambiamento ma in un cambiamento d’epoca».
Proprio nello stesso discorso Leone XIV tocca il tema delle democrazie contemporanee che sembrano indebolite, malate. «In questo particolare momento storico, la libertà di coscienza sembra essere oggetto di un’accresciuta messa in discussione da parte degli Stati, anche da quelli che si dichiarano fondati sulla democrazia e i diritti umani. Tale libertà stabilisce, invece, un equilibrio tra l’interesse collettivo e la dignità individuale, sottolineando che una società autenticamente libera non impone uniformità, ma protegge la diversità delle coscienze, prevenendo derive autoritarie e promuovendo un dialogo etico che arricchisce il tessuto sociale. Parimenti, rischia di essere compressa la libertà religiosa, che – come ricordava Benedetto XVI – è il primo dei diritti umani perché esprime la realtà più fondamentale della persona. I dati più recenti affermano che le violazioni della libertà religiosa sono in aumento e che il 64% della popolazione mondiale subisce violazioni gravi di questo diritto».

L’Arca di s. Agostino a Pavia Basilica di San Pietro in Ciel d’Oro

«Il cristiano vive nel mondo, ma non appartiene al mondo»

Se con il pontificato di papa Francesco la Chiesa ha cambiato l’atteggiamento verso il mondo e l’uomo di oggi, perché venisse abbracciato e non anzitutto giudicato, con papa Leone XIV questa diversa “empatia” si radica nel principio agostiniano dell’essere in cammino. In viaggio verso la meta, senza fermarsi a rimpiangere il passato, e senza esecrare i tempi cattivi, ma anzi sentendosi uomo tra gli esseri umani, per cui «nulla di ciò che è veramente umano mi è estraneo». Come dice ancora agli agostiniani di Madrid Prevost: «Il nucleo pastorale essenziale dell’insegnamento agostiniano sulle due città, la Città di Dio e la città dell’uomo, consiste nell’affermazione che il cristiano vive nel mondo, ma non appartiene al mondo: vi è presente come forestiero che risiede in terra straniera, usufruisce dei beni che il mondo offre, ma rimane sempre pronto a rimettersi in cammino. Il cielo è la vera patria del cristiano, ed è verso di esso che devono orientarsi i suoi affetti e la sua lealtà».
«Canta e cammina!» esorta in un famoso Sermone Agostino. È possibile camminare cantando. Camminare, cioè vivere pienamente il proprio tempo e la propria storia, condividendone tutti i dolori e ambiguità; cantando, cioè vivendo e comunicando l’esperienza di una Bellezza, di un Amore, e di una Speranza da offrire a tutto il mondo. In un «già e non ancora».
Dice Agostino: «Cantiamo qui l’alleluja, mentre siamo ancora privi di sicurezza, per poterlo cantare un giorno lassù, ormai sicuri. Perché qui siamo nell’ansia e nell’incertezza. […] Cantiamo da viandanti. Canta, ma cammina. […] Ora, infatti, il nostro corpo è nella condizione terrestre, mentre allora sarà in quella celeste. O felice quell’alleluja cantato lassù! O alleluja di sicurezza e di pace! Là nessuno ci sarà nemico, là non perderemo mai nessun amico. Ivi risuoneranno le lodi di Dio. Certo risuonano anche ora qui. Qui però nell’ansia, mentre lassù nella tranquillità. Qui cantiamo da morituri, lassù da immortali. Qui nella speranza, lassù nella realtà. Qui da esuli e pellegrini, lassù nella patria. Cantiamo pure ora, non tanto per goderci il riposo, quanto per sollevarci dalla fatica. Cantiamo da viandanti. […] Canta e cammina!».

da VATICAN INSIDER Papa Leone con padre Joseph Farrell e Lorenzo Fazzini (a sinistra) e padre Rocco Ronzani (a destra)

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