Paul Tillich: attenzione alla potenza ambigua del demoniaco
A cent’anni dall’uscita del saggio Il demoniaco scritto dal teologo tedesco in principio luterano, cappellano militare nella Prima guerra mondiale, emigrato negli Stati Uniti nel 1933. Un testo che ha influenzato Thomas Mann, Adorno e Horkheimer e la loro dialettica dell’illuminismo. Fino all’interpretazione implicita nel percorso, fra il tecnologico e il teologico. Si ritrovano elementi originali e preoccupanti per leggere la pericolosa ambiguità del nostro presente. Uso distorto della ragione, del potere; nuovi falsi miti e dunque demoni, un farsi e disfarsi della storia prodotto da economicismo gretto, nazionalismo aggressivo, stato invadente. Un pensiero critico, il suo, che parla a questo tempo. Perché categoria viva
10 aprile 2026
Un saggio riluttante
di Marco Dotti
«Scrivo questo saggio con riluttanza»: così, nel 1926, Paul Tillich apriva Das Dämonische. Ein Beitrag zur Sinndeutung der Geschichte, avvertendo che il demone si vendica di chi osa definirlo. Cento anni dopo, quel saggio sembra offrire una griglia ermeneutica capace di filtrare anche la luce opaca del presente. Thomas Mann ne trasse materia per il Doctor Faustus. Adorno e Horkheimer vi trovarono un nervo scoperto nella dialettica dell’Illuminismo. Nel 1941, discutendo le tesi benjaminiane sul concetto di storia, Adorno scriveva a Horkheimer che la sedicesima tesi non fosse troppo dissimile «dal kairós del nostro Tillich». Non era un reperto teologico rimasto incagliato nel secolo nuovo dal precedente, ma una categoria viva, operante nell’attualità del pensiero critico. In questo senso, il saggio di Tillich parla anche a noi, forse soprattutto a noi.
I nuovi demoni
Tillich aveva quarant’anni quando scrisse Das Dämonische. Cappellano militare nella Grande Guerra, segnato dalla battaglia della Marna, aveva attraversato il collasso del mondo guglielmino e la crisi di Weimar con gli strumenti di un teologo luterano formato a Berlino e a Halle, ma ormai in rotta con ogni ortodossia. A Marburg aveva avuto per collega Heidegger. A Dresda, dove era stato chiamato come ordinario di scienze religiose, teneva lezioni su arte e religione e andava elaborando, in dialogo serrato con Troeltsch, o con ciò che ne rimaneva, e in polemica con Barth, una filosofia della storia fondata sul concetto di kairós, l’attimo decisivo in cui l’eterno irrompe nel tempo disorientato e riorienta la storia. Nel 1933, amaro primato, sarà il primo professore universitario non ebreo destituito dal regime nazista e riparerà negli Stati Uniti, dove insegnerà a Harvard e a Chicago fino alla sua morte, nel 1965.
Il saggio del 1926 sta al centro di questa biografia, come un atto di coraggio intellettuale raro per un protestante del suo tempo. Tillich vi scrive, infatti, cose che nessun teologo riformato aveva osato formulare con tanta nettezza. Scrive che il demoniaco non è una superstizione da liquidare, ma la categoria necessaria per leggere, qui e ora, il farsi e il disfarsi della storia.
Scrive che la razionalizzazione (leggasi, anche, demitizzazione) moderna, anziché liberare dai demoni, ne produce di nuovi. Scrive che il sogno -non solo il sonno della ragione- genera mostri. Scrive che l’economicismo rozzo, abbinato alla tecnica, sedotto dallo Stato e contornato dal nazionalismo sono le demonicità del presente. La Geschichte con cui Tillich fa i conti è storia, ma nel senso più concreto. È tempo incarnato nel suo tempo: è la Germania fra Weimar e il Terzo Reich, l’Europa che si prepara, intontita e imbelle, alla catastrofe.
Fra creazione e distruzione
Il demoniaco, dunque, non ha più – se mai le ha avute – gli artigli e le corna di certe superstizioni. È una realtà insidiosa, poiché familiare. Una realtà finita, ma che pretende di essere infinita. È un elemento particolare elevato a potere e significato assoluti. Proprio perché opera pars pro toto la sua natura è ambigua, non nega il divino ma vi partecipa al solo e unico fine di distorcerlo. Per questo nel demoniaco coesistono sempre un elemento creativo e uno distruttivo. Ciò che regge è al contempo ciò che distrugge il fondamento. Su un punto Tillich non lascia margine di equivoco. Il demoniaco non va confuso con il satanico. Quest’ultimo è il principio negativo isolato e reificato, distruzione pensata senza creazione, abisso senza fondo. Il demoniaco, al contrario, è profondità che conserva sempre un residuo di positività, un’ombra di forma, qualcosa da cui la creazione può ancora ripartire. Questa tensione fra creazione e distruzione della forma è la sua dialettica.
In termini mitologici, scrive Tillich, Satana è il maggiore dei demoni. In termini ontologici, è il principio negativo contenuto nel demoniaco. Proprio questa dialettica interna rende il demoniaco così insidioso, perché non si presenta mai come puro male, ma sempre come potenza ambigua, portatrice di senso e insieme distruttrice di senso. Il suo terreno di conquista è il senso comune piegato al male, non il mero non senso.
La portata politica del pensiero di Tillich
Tillich individua nell’intellettualismo e nell’economia autonoma abbinata alla tecnica le «demonicità del presente». L’intellettualismo, precisa, non è un eccesso di ragione, ma la violenza esercitata sulla realtà dal soggetto razionale. La mera comprensione razionale delle cose implica un infinito progresso, ma a ogni passo avanti distrugge l’elemento vitale, l’autonomia stessa delle cose e il rapporto drammatico fra il conoscente e il conosciuto. La modernità, anche se si presenta come liberazione dai demoni, Entdämonisierung, ha un cuore malato: dalla razionalizzazione rispunta il demone sopito e l’ordine si rovescia presto in nuova disarmonia del mondo.
Lo storico Gerhard Ritter fu tra i più acuti a cogliere la portata politica del concetto, nel suo Machtstaat und Utopie del 1940, ripubblicato dopo la guerra col titolo Il volto demoniaco del potere, scrisse che il demoniaco non è la pura negazione del bene, non è la sfera della piena oscurità contrapposta alla luce, ma quella del crepuscolo, dell’ambivalenza, delle cose perturbanti che respingono e attraggono nello stesso tempo. Il demoniaco del potere è possessione, più che potenza, della volontà, senza la quale nessuna grande struttura di potere può prendere forma, ma che al contempo racchiude in sé pericolose forze autodistruttive. È il punto, questo, in cui ogni costruzione politica si scopre vulnerabile, perché inseparabile dalla distruzione di valori umani e morali fondamentali.
La tecnologia è teologia
Un anno dopo il saggio di Tillich, nel 1927, Carl Schmitt pubblicava Il concetto di politico. Tra questi due poli simbolici della teologia politica novecentesca si tende un arco che arriva fino a noi, fino alle lezioni sull’Anticristo che Peter Thiel ha tenuto il mese scorso a porte chiuse a San Francisco, Oxford, Parigi e Roma di cui abbiamo parlato negli scorsi numeri della nostra rivista. Thiel attinge a Schmitt, a Girard, a Newman. Non parla di Tillich, ma non lo ignora.
Ma comprendere la sua operazione significa andare oltre la fascinazione delle fonti. Thiel non usa la teologia, tanto meno la teologia politica come cornice retorica per parlare di tecnologia. Individua, piuttosto, nella tecnologia un’infrastruttura teologica. Per lui la tecnologia è teologia, è il luogo in cui si gioca concretamente la partita fra salvezza e dannazione. Tra principio divino e principio satanico. È il terreno del demoniaco “tillichiano”, appunto.
Quella che propone non è, dunque, un’ideologia travestita da discorso religioso, ma qualcosa di più preciso e di più pericoloso. Ed è esattamente ciò che Tillich avrebbe riconosciuto come il volto demoniaco di un potere.
Una realtà finita, la macchina computazionale, che partecipa al sacro dall’interno, lo abita, ne assume la struttura svuotandola di ogni verità… Il dispositivo teorico e la tecnovisione portate avanti da Thiel sembrerebbero la traduzione operativa di una teologia del potere la cui declinazione più scontata diventa classificare scelte quotidiane e orientare decisioni (ovvero le regolarità e le eccezioni della politica). Ma un demoniaco propriamente tecnologico è qualcosa che va ben oltre il semplice incremento quantitativo del controllo: è il dramma di una realtà finita che si pretende infinita, invocando per sé una partecipazione al sacro che lo distorce fino a profanarlo nel suo contrario.
In questo senso, il sistema tecnocratico-algoritmico odierno replica la struttura del demoniaco tillichiano nella sua interezza. Il demoniaco tecnologico è questo. Non una metafora, ma una categoria analitica.
Il codice, la piattaforma, il dato si presentano con pretesa di validità assoluta, partecipano alla promessa di progresso e la mutano in sorveglianza, estrazione di valore, imbrigliamento delle comunità in circuiti di paura e rancore. L’algoritmo è la forma aggiornata di quell’intellettualismo che Tillich descriveva come comprensione razionale che a ogni passo avanti distrugge il rapporto fra il conoscente e il conosciuto.
Il demoniaco tecnologico, così, opera sulle corde di una razionalità strumentale e nella profondità di una coercizione affettiva che promettono emancipazione totale, immortalità, trascendenza della carne, l’eschaton secolarizzato del transumanesimo. Ma lo spirito, come scriveva Tillich, resta spirito e se vive scisso, qualcos’altro ne prende possesso. Il diavolo, probabilmente.
La lotta contro “spiriti e poteri”
Tillich chiudeva il suo saggio con parole che suonano come un’ingiunzione rivolta al nostro tempo. «La battaglia contro il demoniaco di un’epoca diventa un inderogabile dovere politico-religioso. La politica consegue la profondità di un agire religioso. La religione acquista la concretezza di una lotta contro “spiriti e poteri”». A cent’anni di distanza, questa ingiunzione non è stata raccolta. Raccoglierla significa nominare il demone. E nominarlo, per Tillich, è già l’inizio della sua sconfitta.
Il demoniaco, ammoniva infatti il teologo, «si infrange solo dinanzi al divino, la possessione dinanzi allo stato di grazia, il distruttivo dinanzi al destino di redenzione. È certamente possibile, e adeguato allo spirito profetico, vedere in certi accadimenti del tempo i segni di un destino di redenzione ed è necessario, è un’esigenza assoluta, scoprire il demone e individuare e utilizzare tutte le armi di resistenza, anche se non c’è alcuna certezza di successo. (…) Solo nella prospettiva dell’eterno si può parlare di superamento del demoniaco, non nella prospettiva di un qualche tempo passato o futuro. Ma il fatto di poter guardare in questo modo all’eterno, di non dover dare al demone lo stesso diritto che diamo al divino e con tale diritto anche quello supremo e unico, che in relazione al mondo non siamo costretti a dare l’ultima parola al no, all’abisso, all’insensatezza, è la redenzione del tempo che si fa sempre di nuovo realtà, è il fondamentale infrangersi del dominio del demoniaco sul mondo».
RIFERIMENTO BIBLIOGRAFICO
Paul Tillich, Das Dämonische. Ein Beitrag zur Sinndeutung der Geschichte, Sammlung gemeinverständlicher Vorträge und Schriften aus dem Gebiet der Theologie und Religionsgeschichte 119, Tübingen, J.C.B. Mohr (Paul Siebeck), 1926. Traduzione italiana: P. Tillich, Il demoniaco. Contributo a un’interpretazione del senso della storia, traduzione e cura di Luca Crescenzi, Pisa, Edizioni ETS, 2018.