Pedro Almodóvar fa i conti con sé stesso. Così è la sua vita…
È nelle sale Amarga Navidad (Natale amaro) il film presentato a Cannes dal regista spagnolo vincitore di due Oscar e due Leoni d’oro. È un’opera che mescola vita reale e set cinematografico. Tra debolezze, finzioni, amarezze, sussulti del cuore. Questa volta Pedro esplora il cinema per dire di sé, senza infingimenti. A 76 anni. Lo fa con una cifra stilistica che ha pochi riscontri nell’industria attuale del cinema. Una prova riuscita per una storia in agrodolce di grande impatto estetico. Da un grande appassionato della vita e del cinema
05 giugno 2026
Cinema che fa presa
di Beppe Musicco
Amarga Navidad (Natale amaro) è stato presentato in concorso al Festival di Cannes 2026; in base al numero di film presentati, Cannes è il palcoscenico festivaliero più importante per Pedro Almodóvar, anche se i suoi maggiori successi sono stati celebrati a Venezia (fu lì infatti, che nel 1988 raggiunse la fama internazionale con Donne sull’orlo di una crisi di nervi. E sempre lì, nel 2024, vinse il suo primo premio importante in un festival di alto livello con La stanza accanto: ironicamente, la sua opera più atipica, girata negli Stati Uniti e accolta meno favorevolmente dal pubblico rispetto alla giuria).
Un tono sorprendentemente distaccato
Ora è tornato alla sua lingua madre (e a Cannes) con un film che affronta il processo creativo, l’industria cinematografica e il rapporto tra vita e cinema; un terreno che Almodóvar ha già esplorato in passato in Dolor y gloria (2019), che allora vedeva Antonio Banderas nei panni di un regista in crisi creativa.
L’impressione che si ricava dopo aver visto questo ventiquattresimo film della carriera del regista spagnolo arrivato a 76 anni, è che Almodóvar si trovi in una fase di riflessione sulla sua vita e la sua attività cinematografica.
Intitolato come una malinconica canzone natalizia, quasi un addio alla sua defunta musa (la cantante messicana Chavela Vargas), il film è davvero una storia agrodolce, un regalo di Natale e, al tempo stesso, una decostruzione di tutto ciò che il regista iberico ha creato negli ultimi cinquant’anni. È lo smantellamento del principio per il quale Almodóvar ha esposto disinteressatamente le proprie debolezze per mezzo secolo, quasi sacrificando la propria vita per amore del cinema; dalla rappresentazione sperimentale del suo ambiente artistico e la proiezione del suo ego sulla star Antonio Banderas, all’occultamento della sua biografia in costruzioni melodrammatiche che affrontavano le sue varie ossessioni: la religione, la memoria, la malattia, l’isolamento, il dolore, nonché la morte di sua madre.
La differenza sta nel tono sorprendentemente distaccato, cinico e fugacemente comico, nelle libertà con cui il familiare si intreccia in quella che è essenzialmente una trama completamente ridondante (e in cui il Natale è citato solo di sfuggita con qualche decorazione), per cui i dispositivi narrativi, come montaggio parallelo e dissolvenze, primi piani analitici e affettuose allusioni a modelli e predecessori, si spostano in primo piano, piegando, forzando e deformando elegantemente il racconto.
L’inciampo creativo
La storia: Raul (Leonardo Sbaraglia) sta scrivendo al computer la sua ultima sceneggiatura, intitolata appunto “Natale amaro”.Inizialmente, lo vediamo poco; seguiamo piuttosto i suoi personaggi e la sua storia. La protagonista di Raul è Elsa (Barbara Lennie), una regista di culto (lei stessa definisce il “culto” per i soli due film da lei realizzati, col fatto che siano stati due fiaschi, ma che piacciano comunque a un ristrettissimo pubblico) e che ora lavora girando spot pubblicitari.
È alle prese con problemi di salute (soprattutto emicranie e crisi di panico), un blocco creativo e una vita personale turbolenta che include la sua amica Patricia (Vicky Luengo), la quale sospetta che il marito la tradisca. Le sue vicissitudini si fanno più intriganti man mano che Raul emerge con maggiore chiarezza, alle prese con la difficoltà di completare la sua sceneggiatura e, in una mossa avventata, traendo ispirazione dalla vita della sua assistente Monica (Aitana Sanchez-Gijon).
“Stai confondendo finzione e realtà”
Uno scrittore ha il diritto di rubare spunti dalla vita reale dei suoi conoscenti e amici? È la domanda centrale in Amarga Navidad e che, probabilmente, ha coinvolto anche Almodóvar. Il film ne approfitta per lanciare frecciatine all’industria cinematografica, o a “una professione in via d’estinzione come la nostra”, come viene definita a un certo punto. Abbondano anche battute sulla qualità dei film su Netflix e sui festival cinematografici mediorientali. E non manca neanche una sana dose di autoironia: “È come se l’avessi già fatto”, dice un personaggio, un’affermazione che potrebbe facilmente applicarsi ad Almodóvar e al modo in cui i registi ritornano ripetutamente su temi a loro confacenti.
Dal punto di vista estetico, sono presenti tutti i tratti distintivi di Almodóvar: interni degni delle riviste di architettura con splendidi arredi, una tavolozza di colori primari, abbigliamento di famose marche ostentato; quando Elsa parte per Lanzarote per scrivere, le riprese mentre prende il sole su una spiaggia di sabbia nera, sono uno spot perfetto per una vacanza alle Canarie.
Non manca un richiamo alle opere più sessualmente esplicite dei primi anni del regista attraverso il compagno di Elsa, Bonifacio (Patrick Criado), un pompiere e spogliarellista soprannominato Beau. A volte l’alternanza tra le narrazioni di Elsa e Raul non è semplice da seguire, poiché la struttura del film nel film richiede una certa attenzione ai particolari, come del resto avverte anche Raul in un acceso confronto con Monica: “Stai confondendo finzione e realtà”.
Al termine di Amarga Navidad si esce dalla sala con la sensazione di aver riscoperto l’opera di Pedro Almodóvar in sole due ore; ma soprattutto che potremmo aver ancora bisogno di lui tanto quanto lui ha bisogno del cinema. Perché non so quanti altri riescono a farci coinvolgere così tanto per provare la sua smodata passione per le storie e per il cinema.