Pigi Bernareggi: valori e cultura del mondo delle favela

Una riflessione partecipata e “dal vivo” di don Pigi Bernareggi (cinque anni fa il 22 gennaio la sua morte), in un prezioso scritto del maggio 1982, con Virgilio Resi all’epoca appena arrivato. Un vero e proprio inedito, base di quella che divenne la Legge Pro Favela da lui ispirata e diffusa in tutto il Brasile. Al centro la vasta e drammatica realtà umana e sociale del popolo delle favelas. Un fatto umano e urbano di molte città e capitali del Sud America. Lunghi anni di dedizione e di condivisione di questa realtà a Belo Horizonte: la favela è più che un grido, è un mondo che possiamo conoscere, amare e contribuisce alla Città. Nella certezza che i loro volti ci rivelano i tratti del Volto di Cristo che ci chiama a seguirlo e seguirlo nei poveri.

Sulla figura di Pigi Bernareggi, amico fraterno di don Luigi Giussani, il Centro Culturale Milano propone un incontro in data 21 gennaio 2026


16 gennaio 2026
Città e futuro
di Pigi Bernareggi e Virgilio Resi

Si trovano in tutta l’America Latina: ammucchiate sulle colline scoscese all’interno delle grandi aree metropolitane, o sparse per i pantani su palafitte al lato dei porti marittimi, soffocate all’ombra dei grattacieli dei centri urbani, in minuscoli pezzetti di terra, o a perdita di vista nelle distese periferiche delle città di pianura; curvate come serpenti in strisce di terreno lungo i binari della ferrovia, o lungo quelli che anticamente furono ruscelli di fondo valle, e ora sono fogne all’aria aperta in mezzo a quartieri urbanizzati. Sono le “favelas”, in portoghese: “Barriadas” o “vilas Miseria” in lingua spagnola. Qui vivono milioni di esseri umani do un “altro mondo” – il mondo che si struttura intorno alla sofferenza. Qui il dolore é l’aria che la gente respira, é il pane quotidiano, é il minimo comune denominatore di tutti i gesti. un dolore non “neutro” – dolore freddamente programmato, cinicamente alimentato: sono le immense sacche di manodopera dal costo minimo.
Sulle quali proliferano ipocritamente le fortune immorali delle grandi nazioni-guida e dei trusts internazionali. La pressione della sofferenza afferra la favela da tutti i lati: dal lato di fuori, è la costante umiliazione, l’ingiustizia divenuta norma, l’emarginazione divenuta abituale; dal lato di dentro, sono le condizioni subumane di vita, il congestionamento della popolazione, l’accumulo di relazioni negative in un contesto di convivenza sempre primario, stretto, soffocante; dal lato interiore di ogni persona è l’“introiezione” delle condizioni di schiavitù e di oppressione, dovuta all’attaccarsi ai meccanismi di difesa personali, quando il cuore sembra non resistere più davanti a tanta sofferenza, ripiegando su di sé, dandosi per vinti.
Qui il dolore é costante, sempre in un livello altissimo di intensità, senza tregua, senza riposo. Il dolore é una forma de essere, il substrato sostanziale di tutto: qui l’uomo é dolore. La gente non si abitua al dolore della favela: é una ferita sempre aperta in carne viva. Le risorse naturali di meccanismi auto anestetici che la persona umana possiede, a questo livello di sofferenza non funzionano più: si soffre alla luce del sole, senza pudore, senza mettere etichette. Si soffre coscientemente, lucidamente, responsabilmente – come é falso dire che “il favelado” non ha responsabilità…!
Qui la sofferenza dispiega tutte le sue potenzialità, invade tutte le possibili pieghe dell’essere umano: dal livello più elementare – quello fisico –, passando per tutte le sfumature, fino al più alto contenuto spirituale, plasmando tutte le fibre della struttura umana. Per questo – e solamente per questo – la favela è un mondo, un “altro” mondo, la cui consistenza propria e universale è la sofferenza. È un mondo differente, le cui coordinate psicologiche e culturali sono “altre” per natura. Un mondo tipico, misterioso, insondabile, ineffabile. Ha la sua propria vita, la sua consistenza propria. Il suo cuore segreto: qualcosa che è solo sua, che nessuno può capire, descrivere, studiare; qualcosa dove nessuno può mettere la mano, se non distruggendo, falsificando, aumentando il dolore e – pertanto – l’incomprensibilità e il mistero. Se è vero che la caratterizzazione di un determinato “popolo” è giustificata fondamentalmente da un “temperamento” umano, generato dalla interazione di determinate strutture dell’ambiente in contatto con il sostrato della natura umana – allora bisogna affermare che, tra tutti i popoli così caratterizzati e tipici della America Latina, si è creato storicamente un “popolo” determinato, segnato dal destino della sofferenza e del dolore: il “popolo delle favelas”, un vero mondo umano all’interno della comunità latinoamericana. Questo popolo ha radici profonde, che affondano nelle origini della società latinoamericana: è il tempo dell’avventura colonialista dell’Europa, che poté esistere solo mediante la schiavitù di interi popoli nativi, dell’importazione di intere nazioni africane fatte schiave, e dello sfruttamento in regime di quasi schiavitù di ampie fasce di popolazione europea deportate nelle colonie. È anche la storia terribile della schiavitù moderna che le successive leggi antischiaviste non riuscirono a fermare, mutando appena la formula funzionale – dalla schiavitù legata alla esigenza di mano d’opera rurale, alla moderna e non meno crudele schiavitù legata alla necessità di creare enormi riserve di mano d’opera a basso costo per il complesso meccanismo della produzione industriale e del successivo mercato di consumo.
Nelle nazioni-guida il cuore avaro e inflessibile del capitalismo rinunziò apparentemente alla sua vocazione essenzialmente schiavista, ma solo a condizione di esplodere in forma molto ampliata nello sfruttamento attuale del terzo mondo. Tutto questo mostra che la favela attuale è la conseguenza storica di una durissima e lunga tradizione di oppressione e di schiavitù, che risponde alla logica globale di tutta l’organizzazione profondamente iniqua della società mondiale, alla quale deve il suo immenso carico di dolore accumulato.

Favela Alto S. Lucia Belo Horizonte

Il popolo delle favelas

Nella sua esperienza di dolore quasi totale, la favela ha qualcosa di immenso, tragico ed epico allo stesso tempo. questa osservazione è tanto più impressionante, quanto più si guarda con attenzione al fatto che questa grandezza è il risultato di una debolezza, di una sconfitta, una oppressione. Questo senso di valore, questa strana attrazione o fascino che invade tutti coloro che entrano in contatto ravvicinato con il mondo delle favelas; questa impressione di ricchezza, che senza sapere perché riempie i nostri occhi e la nostra sensibilità quando ci avviciniamo a questo mondo, sono stimoli per una osservazione importante. Nella favela, la dinamica della sofferenza innalza l’uomo.
Lo innalza in modo paradossale, perché lo rende più grande nello svuotamento e nella distruzione. I fatti non ci permettono di mentire: nella favela le persone si amano di più, vivono più fraternamente – esplode una gioia popolare, e più innocente e pura – le persone si sentono più “insieme” nella carne e nelle ossa – le persone hanno più pietà – sono più silenziosamente intense, più rumorosamente solidali – più protette a vicenda, meno disprezzate e sole – le persone si ricordano di tutte le cose, danno più valore a qualunque pur minimo bene – le persone sanno meravigliarsi con più facilità – gioire con più entusiasmo – le persone si perdonano con più generosità, ci si accoglie gli uni gli altri con più semplicità – le persone sono più ospitali, meno esigenti, più essenziali e semplici, amiche di ciò che è bello, buono e vero – le persone sono più aperte. Riassumendo: le persone sono maggiormente persone. questo é il fatto, comprovato da innumerevoli analisi antropologiche, psicologiche, o semplicemente dal buon senso. È certo, che nel complesso e infiacchito tessuto sempre più grigio, neutro, amorale e vuoto di valori della grande città, la favela è la grande riserva di umanità, il luogo dove si preservano e costantemente si rinnovano i valori, che, per mille strade, tante quanti sono gli uomini e le donne che ogni giorno lasciano le favelas per infiltrarsi nelle strutture urbane, si spargono silenziosamente, contribuendo in modo determinante a mantenere quel “di più” di vera umanità che le metropoli latinoamericane riescono a opporre all’insensatezza dei futili modelli consumistici violentemente introdotti dall’iperpotere dell’anticultura dominante. È la favela il vero cuore urbano della tradizione popolare della America Latina. Uno dei più bei samba della ricchissima tradizione del “morro” (significa colle; nel contesto indica appunto le favelas installate sulle alture che circondano la città) dice:

Vai, baracca, aggrappata al colle
Vai chiedendo aiuto alla città ai tuoi piedi
Vai, baracca, io ascolto la tua voce
Non dimentico un minuto ciò che io so che sei.
Baracca di zinco, tradizione del mio paese
Baracca di zinco, povera e tanto infelice.

Dalla favela sgorga il samba, il samba-canzone, la marcia-rancho, il “baião” e il “maracatu”, gioielli affascinanti della musica popolare: da quelle baracche sboccia la poesia più bella della letteratura, mista all’indescrivibile dolore dei suoi abitanti. L’arte popolare, la scultura, il cinema e “Morro”. Le pitture brasiliane trovano nella favela la loro origine e il loro tema preferito: cantano la sua gente, la sua vita, il suo pensiero, i suoi valori. Non esiste vero favelado che abbia vergogna di esserlo: c’è una nobiltà cosciente. Una fierezza paradossale, la sensazione di appartenere a una realtà autentica, sofferta e ricca, dentro la quale è possibile educare i figli nella certezza che diverranno uomini.
Per il vero favelado, la miseria morale – che esiste nella favela come esiste in qualunque luogo – non rappresenta un problema: non c’è moralismo, c’è, questo sì, la percezione che i valori sono più grandi e l’umanità più pura della miseria. Nonostante siano spesso analfabeti, i “favelados” presentano ciascuno una personalità propria – ciascuno ha il suo volto, segnato dal dolore, e per questo pienamente suo. La lotta accanita per quel minimo di vita che può essere a mala pena ricavato dall’ostile ambiente che lo circonda, ha fatto di ciascuno di loro un docente nell’arte raffinata e pericolosa della sopravvivenza. Ed egli non nasconde questa scienza acquisita, ma la esprime e la dona con generosità a tutti, facendola passare attraverso lo sguardo: nella favela ci impressionano soprattutto gli occhi delle persone. Uno sguardo profondo, intenso, pieno di messaggio silenzioso, e allo stesso tempo puro e semplice. Forse, per potere percepire l’atmosfera di ricchezza umana e la misteriosa grandezza che riempie di sé il mondo delle favelas, è meglio udire i suoi più genuini poeti – come Paulinho da Viola, che descrive così la favela della Mangueira a Rio de Janeiro:

“Vista così dall’alto
sembra piuttosto un cielo nel suolo, Chi lo sa:
Nella Mangueira la poesia come un mare si estende
E la bellezza del luogo
Per capirla bisogna convincersi
Che la vita non è solo ciò che si vede
É un poco di più,
Che gli occhi non riescono a percepire
E le mani non osano toccare
E i piedi si rifiutano di calpestare.
Chi lo sa, non so, chi lo sa, non lo so no.
Chi lo sa se tutta la bellezza della quale vi parlo
Esce solamente dal mio cuore
Nella Mangueira la poesia,
In un Sali e scendi costante
Cammina scalza insegnando
Un nuovo modo di vivere
Di pensare, di sognare, di soffrire.
Chi lo sa, non so, chi lo sa, non lo so no:
La Mangueira è così grande
Che non c’è posto per una spiegazione”.

Museo dei quilombos e delle favelas urbane di belo horizonte

Punto di resistenza culturale e sociale

Dove si trova la spiegazione di questo strano paradosso – che dove più si soffre, più si vive? Con certezza la mentalità consumista e borghese, che domina la società e la cultura ufficiale non ha riferimenti mentali per capire il fenomeno della favela. Potrà, al massimo, considerarla una cisti strana e transitoria in una società in evoluzione, un fatto strano e folclorico dal fondo tipicamente illogico. Tuttavia, esiste una logica profonda nel fenomeno del mondo delle favelas: Logica che riguarda le radici stesse della vita e del mondo in cui viviamo. La prima grande evidenza storica che è censurata dal preconcetto anticristiano che domina la mentalità storica moderna – è che questo è un popolo cristiano. Le favelas si costituiscono a partire da famiglie di immigranti espulsi dalle loro terre, dell’immenso territorio dell’interno del paese, dove nel passato accadde la primitiva formazione dei popoli latinoamericani. Popoli schiacciati dalla oppressione avida di guadagno del nascente capitalismo europeo, ma popoli soprattutto sostenuti nella loro fede, animati e formati da migliaia di sconosciuti e anonimi agenti di evangelizzazione, laici e religiosi, dal cui lavoro eroico e instancabile fu plasmata l’anima segreta e la nuova America Latina. Non è questo il luogo appropriato per difendere la tesi – ampiamente combattuta dal neutralismo intellettualistico di eminenti personalità che presumono di conoscere la formazione della religiosità popolare latinoamericana e in particolare brasiliana – che i popoli latinoamericani sono strutturalmente e profondamente cristiani nella loro vera costituzione interiore: e che la acculturazione avvenne in contatto con le matrici native e africane, portando il cristianesimo non a sciogliersi in un sincretismo incolore, ma a prendere possesso delle radici della esperienza umana di questi popoli. È tema di altri studi. Quel che interessa, è che il fatto sopra ricordato ci fornisce la spiegazione dello strano mondo della favela.
La favela è la dimostrazione viva del valore redentivo del dolore, quando è visto e vissuto all’interno di una prospettiva implicitamente e profondamente cristiana. Infatti, solo nel cristianesimo accade il fenomeno paradossale della vita che sorge dalla morte, dell’uomo nuovo generato nella sofferenza. È appunto il riferimento implicito alla Croce di Cristo, vissuta a livello non riflesso (ma non per questo meno cosciente) dal popolo umile dentro una esperienza di sofferenza umanamente totale, che trasfigura e trasporta il substrato umano, generando al suo interno il miracolo di una grandezza e di una forza di umanità che con altri mezzi non si può realizzare. È per questo che, come già abbiamo notato, nel tronco della esperienza del mondo delle favelas si annida sempre un mistero, qualcosa di ineffabile, indescrivibile: è il mistero della Croce e della Risurrezione, asse centrale del Cristianesimo. Qualcuno ritenne di aver detto una elegante verità, affermando che il Brasile – terra de Santa Cruz (all’inizio della colonizzazione i Portoghesi chiamarono la terra appena scoperta “Terra de Santa Cruz”, cioè Terra della Santa Croce)  – è una croce vuota, sulla quale non è disteso Cristo: ora, basta guardare la favela con occhi esenti da preconcetti, e con spirito aperto, per percepire immediatamente il contrario.
C’è una misteriosa vibrazione di vita nuova, una imprevedibile “letizia nella tribolazione”, una inquietante umana grandezza, che trova spiegazione solo nella presenza della vittoria pasquale del Signore nell’intimo del cuore lacerato dalla oppressione di ciascuno e di tutti quelli che formano il mondo marginalizzato dei “favelados”. Da lì spunta il fascino che attrae lo spirito. Da lì spunta la coesione tenace che fa sì che questo mondo riesca a mantenere una fisionomia propria e incorrotta, la sua inconfondibile tradizione, la sua cultura dentro la città – nonostante le forme più sottili di propaganda distruttiva. Da lì sgorga un vero fiume di valori, che costantemente si infiltra nel tessuto tanto disumano della metropoli, per umanizzarla dolcemente, senza violenza e con amore. I “favelados” percepiscono coscientemente tutto questo? A livello di riflessione, forse no: ma a livello dell’evidenza immediata – che è il livello di base e fondamentale della coscienza – certamente sì. La prova è che essi sono attaccati alla favela, nonostante il mare di dolore che esiste in essa; amano la favela, come afferma un’altra figura di spicco della poesia popolare brasiliana, Ataulfo Alves:

“Favela, o favela,
Favela che io porto nel mio cuore
Io ho tanta nostalgia di quella felicità
Favela delle notti di amore e del samba-canzone”.

E Zé Keti, in tono più scherzoso:

“Potete picchiarmi, potete imprigionarmi,
potete perfino lasciarmi senza mangiare,
ma io non muto opinione:
da qui dal morro io non esco no.
Se non c’è acqua, io scavo un pozzo,
Se non c’è carne, io prendo un osso,
Lo metto nella zuppa e lo lascio andar, lascio andar
Parli di me chi vuole parlare:
Qui io non pago affitto.
E se io morirò domani, signor Dottore,
Sono vicino al cielo”.
Ave Maria del Morro, uno dei canti più ispirati della favela così si esprime:
Baracca di zinco, senza tegole,
Senza pittura, là sul colle,
La baracca é una villa.
Là non esiste felicità di grattacielo,
Poiché chi abita là sul colle
Già vive vicino al cielo.
C’é la sveglia, c’é il canto degli uccelli al sorgere del giorno;
sinfonia di passeri che annunziano l’imbrunire.
E il colle intero alla fine del giorno
Recita una preghiera: Ave Maria.

Immerso nel grande mistero del dolore, l’uomo favelado é formato, ricostruito, forgiato in forma nuova dall’azione profonda della Croce di Cristo, che invade fino il più intimo della sua anima. Temprata nel crogiuolo di questa esperienza radicale della Passione, prende corpo in lui una umanità più grande e vera. “Abbiate in voi l’esperienza di Cristo Gesù: egli, pur essendo Dio… svuotò se stesso assumendo una condizione di servo… umiliò se stesso, soffrendo tutto fino alla morte e a una morte di Croce. Per questo Dio lo esaltò, lo riempì di vita… al di sopra di tutti… a gloria di Dio Padre”. (cfr. Filippesi 2,5-11) Tutto questo nel mondo delle favelas, non è risultante da una teoria religiosa della vita, è più di questo: è la vita. Nella favela la vita coincide immediatamente col suo senso, non c’è possibilità di alcuna separazione, per quanto minima, tra la vita e il suo senso, la vita sarà immediatamente distrutta dall’impeto della forza del dolore, senza nessuna possibilità di ricupero. Dentro la prospettiva della vita in favela, acquistano un senso fortissimo le parole di san Paolo: “Per me il vivere è Cristo” (Filippesi 1,21).
Il livello, in cui si realizza questa coincidenza è totale, è pre-riflessivo, è il livello della coscienza immediata delle cose, il livello del primo sguardo sul mondo; o anche il livello della costituzione culturale originaria che ciascuno ha – l’anima popolare alla quale l’individuo appartiene. Da questo proviene una certa sensazione di malessere, che la mentalità “progredita” del mondo circostante sente davanti alla “non riflessività”, alla “immediatezza”, alla reticenza a razionalizzare, che l’ambiente “favelado” presenta a ogni ora: così la parola “favelado”, “matto”, in rapporto alla logica borghese e razionalista della società. Per la società che le sta intorno, la favela è un altro mondo: e la diversità consiste soprattutto in questa ottica fondamentalmente differente sulla vita, che si sprigiona da una identità, e non da una divisione (che è, al contrario, il punto di partenza orribile della cultura occidentale dualistica sorta in Europa con l’umanesimo del secolo XV): divisione di pensiero e realtà, di vita e senso della vita. La favela non si piega alle imposizioni urbanistiche, alla massificazione consumistica, alla pianificazione sociale del mondo circostante: essa è ribelle a tutte le soluzioni studiate a tavolino che periodicamente le amministrazioni della città pretendono imporle come logiche o razionali, cadendo sempre nell’insuccesso. La favela è realmente un punto di resistenza culturale e sociale. Perché? Perché in essa la tradizione dell’anima popolare cristiana ha creato una comunità i cui presupposti sono incompatibili, e le cui finalità non possono coincidere con le finalità banalmente consumiste, grossolanamente edoniste del resto della società, sempre più soggetta al mondo dell’“avere”.
Nella favela, la tremenda esperienza di oppressione, mista alla esperienza salvatrice della Croce, ha prodotto un nuovo e rinnovato mondo, il mondo dell’essere, secondo la bella definizione cristiana di povero che Giovanni Paolo II diede nel suo discorso ai “favelados” del Vidigal a Rio de Janeiro durante la visita del 1980. E proprio per questo che il resto della società fa di tutto per emarginare i “favelados”, per reprimerli dentro il loro recinto – la favela – e per mantenerli rintanati dentro la loro sottocultura: essi sono circondati dal disprezzo e dal giudizio negativo di un razzismo culturale realmente disgustoso. Il favelado infastidisce soprattutto per una questione di coscienza, perché con il suo modo di vivere egli mette in questione smaschera i gravissimi equivoci sui quali tutta la società pretende fondarsi, e sui quali si costruisce una cultura della divisione e della morte.

Visita da Cônsul Geral da Itália Nicoletta Gomiero e seu marido, Remi a Obras don Giussani

La posizione della Chiesa

Qual é la posizione della Chiesa di fronte alla realtà umana della favela che abbiamo descritto? Bisogna distinguere, poiché “Chiesa” può significare vari aspetti di comunità e movimenti. In rapporto alla realtà parrocchiale, si nota in generale la tendenza ad assumere, con qualche restrizione formale, il giudizio medio borghese circa la favela: si tratta di una cisti nell’anomalo tessuto urbano della regione della quale la Parrocchia è responsabile, e oltretutto, il fatto de essere stabilita in terreni non di proprietà dei “favelados” le conferisce un certo aspetto di precarietà e di provvisorietà, che facilmente serve come apparente motivo perché la parrocchia non si installi in forma stabile in favela. La Parrocchia si limita quasi sempre a prestare un’assistenza sociale o religiosa: ogni tanto si celebra una messa all’aperto, si fanno distribuzioni periodiche di generi di prima necessità “per i poveri”, soprattutto in occasione del Natale e di altre date che favoriscono questo tipo di “carità” – in generale, non si va molto al di là di questo.
Il favelado è il povero del quale noi dobbiamo compatirci, al quale dobbiamo dare assistenza: egli non è effettivamente parrocchiano, non si immagina che la favela possa essere una vera Comunità Cristiana pienamente partecipe della comunità parrocchiale a tutti gli effetti. Parallelamente a questa realtà di tipo parrocchiale, esiste una realtà più capillare, infiltrata: sono le confraternite di ispirazione religiosa, come la società san Vincenzo de’ Paoli, Congregazione Mariana, Legione di Maria, Apostolato della Preghiera, e altre forme di solidarietà laicale e di partecipazione e fraternità cristiana, che penetrano con più efficacia e generano una presenza ben più popolare, concreta e incarnata nella favela: i membri di queste confraternite nella favela sono quasi tutti “favelados”, il loro apostolato si svolge normalmente tra i “favelados”, nelle forme e con i metodi tradizionali di questi enti: feste religiose, assistenza ai malati, aiuto reciproco, devozioni popolari ecc.
Nonostante l’apparenza misera e senza pretese, è certamente questa la forma più antica e tradizionale che contribuisce di più a mantenere l’anima popolare cristiana del popolo favelado, resistendo a volte al disprezzo e all’indifferenza dello “establishment” cattolico intorno. In rapporto al livello superiore dell’Episcopato brasiliano si nota soprattutto negli ultimi venti anni una notevole sensibilità, ben superiore certamente a quella del clero e del laicato “benestante”: i vescovi sono sensibili ai valori, alle esperienze della Evangelizzazione in favela. Prova di ciò sono i documenti base dell’Episcopato, redatti in comunione con i vescovi dell’America latina, o prodotti dalla CNBB: Medellin, Puebla, Itaici e altri. La assemblea annuale della CNBB a Itaici nell’82 ebbe per tema “Proprietà e uso del suolo urbano”, coinvolgendo direttamente e immediatamente la problematica strutturale della favela nella grande città, e rimane quanto di più pertinente è stato detto fino ad oggi nella Chiesa brasiliana sul tema. In questi documenti si nota una valorizzazione profonda e intelligente della tradizione e dell’anima popolare cristiana dei più emarginati tra il popolo, insieme all’appello costante a una opzione preferenziale per il mondo dei più abbandonati e oppressi. Tuttavia – e forse eccettuando le chiare prese di posizione dei Vescovi – dobbiamo riconoscere che manca quasi completamente nella Chiesa brasiliana una riflessione critica e approfondita sulle strutture fondamentali dell’esperienza di favela, del tipo che abbiamo cercato abbozzare qui sopra; per questo, alla base manca una approssimazione relativa all’ambiente della favela.
Ciò che sostiene nella favela una fondamentale intensità di vita cristiana è quasi esclusivamente il bagaglio anteriore della tradizione e della cultura popolare ereditata dell’ambiente di origine, la campagna: come sempre accade, anche nel cristianesimo la favela deve “arrangiarsi” per sopravvivere: e lo fa indubitabilmente con molto onore. In questo senso non sempre sono di aiuto le posizioni teologiche di certe forme di teologia della liberazione, nella misura in cui assumono la situazione dei “favelados” esclusivamente come frutto dello scandalo del peccato sociale, dell’oppressione e della miseria, e non come il luogo umano nel quale già è in azione il mistero della croce e della risurrezione, con il suo paradossale slancio di vita nuova implicito. Una posizione di questo tipo è incapace di valutare la situazione in tutta la sua ricchezza, e pertanto di scoprirvi i valori che non solo qualificano il mondo del favelado come qualcosa di più di un puro negativo da superare (cioè da liberare), ma ne fanno un agente attivo di vera liberazione per la società intera.
Dentro tale ottica, che pretende di essere più realista e concreta, si svuota completamente la dignità e la grandezza del mondo delle favelas, che allora diventa semplicemente l’oggetto di una nuova e più sottile forma di assistenzialismo: l’oppressione ideologica di un modello che, non trovando nell’anima del popolo favelado i suoi motivi e le sue coordinate, necessariamente appioppa parole, mistifica e tradisce quell’anima profonda, secondo criteri quasi sempre derivati da matrici non cristiane.

Exposição – De onde as coisas vem

Suscitare comunità cristiane nella favela

Che fare allora come Chiesa davanti a questo quadro che abbiamo abbozzato? È questa la preoccupazione costante e l’impegno pastorale di chi scrive, e da più di quindici anni vive in una realtà abbastanza ricca e complessa, quella delle favelas di Belo Horizonte, città con due milioni e mezzo di abitanti, dei quali più di trecento mila sono “favelados”, distribuiti nelle quasi cento favelas situate in tutti i punti del tessuto urbano. L’intuizione iniziale è molto semplice: se il cristianesimo é la presenza della comunità cristiana in un determinato ambiente – e visto che la favela è eminentemente un ambiente proprio – allora ciò che importa in questo settore è dedicarsi a suscitare la comunità cristiana dentro la favela. Così, si supera contemporaneamente l’antinomia tanto ingenua e artificiale tra assistenza e coscientizzazione, che a sua volta è il risultato di una medesima ignoranza del fenomeno delle favelas da parte di un’altra coppia falsa: conservatori – progressisti. Il vantaggio del metodo che sintetizziamo nella formula “suscitare la comunità cristiana in favela”, è molteplice: anzitutto accompagna la dinamica propria di questo mondo che, come abbiamo detto, conserva nel suo intimo l’immagine della croce e della risurrezione del Cristo: valorizza la sua vera anima, e dà forza a gesti e pratiche di vita che lo caratterizzano intimamente.
In secondo luogo porta a superare l’immagine assistenzialista della relazione Chiesa – popolo: giacché non si tratta di “fare del bene al povero” (quantunque con dedizione e generosità), ma di prendere e valorizzare ciò di cui essi già sono ricchi, e che, nel caso, essi dovranno portare al resto della società che da molto tempo ha perduto o rinnegato quei valori. In terzo luogo, la formula “suscitare la comunità cristiana in favela”, ci permette di evitare l’equivoco di una pastorale di “coscientizzazione” quasi esclusivamente preoccupata di fare scoprire ai “favelados” i loro diritti, e di mobilitarli per la lotta affinché siano riconosciuti.
Questa posizione così come si presenta abitualmente, generalmente non incontra la simpatia del popolo della favela, perché vi manca un riferimento più profondo e un senso globale, in connessione con l’esperienza e i valori vitali profondamente cristiani: è accaduta in questi ultimi anni “la scoperta sorprendente”, fatta da uno dei maggiori teologi della liberazione ortodossi, che il popolo umile in Brasile non segue la supposta sequenza ascendente economia – socialità – politica – fede, ma percorre esattamente il cammino opposto, poiché è dalla fede e dalla esperienza vitale e popolare che da essa promana, che il popolo umile estrae le conseguenze politiche, sociali e economiche. Se è così, è a partire dalla ricostituzione dell’esperienza globale di vita nuova nella fede (ciò che appunto si fa in una comunità cristiana di base in favela), e a partire dalla ripresa di un insieme di valori profondi e di relazioni di solidarietà umana sorte da esso, che può apparire un modello alternativo non più imposto dalla pressione ideologica circostante, ma generato all’interno del modo di essere e di agire del mondo delle favelas, rispettandone i veri ideali e le vere tendenze. È a partire da ciò che è possibile formulare una piattaforma di esigenze, rivendicazioni, mete sociali e politiche, insieme alla creazione di una classe dirigente accettata e autentica, fatta di persone capaci di proporre con efficienza questa piattaforma in intima unione con il popolo favelado, come espressione del suo vero “ethos”. In una realtà come la favela, nella quale il problema sociale è tanto premente ed esigente, non possiamo immaginare, e sarebbe immorale se tentassimo di proporre questo problema come cosa autonoma, senza connessione con la essenza stessa della vita e del suo senso religioso profondo.
L’immagine presentata dai documenti dell’Episcopato Latino-americano da più di 10 anni, la “comunità ecclesiale di base” – nella quale l’ecclesialità non sia un’etichetta vuota senza contenuto, per coprire in modo strategico e ipocrita una prassi socio-politica di matrice completamente non cristiana – è questa l’immagine che deve essere ipotesi di lavoro per tutti quelli che vogliono impegnarsi con il mondo delle favelas come Chiesa. Chi scrive e i suoi collaboratori si identificano con questa immagine, e possono dire che l’esperienza è molto positiva, e carica di promesse per il futuro.

La strada di un movimento nazionale di favelados

La nostra esperienza in favela non è nata a partire dallo scandalo della miseria, ma dall’attrattività e dall’amore per il mondo delle favelas; in verità è solo per una attrazione positiva che l’uomo autentico si muove. Passando per molteplici esperienze – compresi molti errori – con l’aiuto di amici dentro e fuori dalle favelas, tra apparenti insuccessi e illusori successi – però sempre con l’obiettivo nel cuore di realizzare una comunione con quelle persone e quel popolo – si è evidenziata sempre più la necessità de una compagnia in Cristo e per il suo Regno dentro il mondo delle favelas: una amicizia che nasce a partire da una vita nuova che Egli è e crea. Oggi esiste a Belo Horizonte una “Pastorale di Favelas” legata direttamente alla Diocesi. Essa funziona in due livelli: un incontro settimanale tra i responsabili dell’animazione di comunità di base nelle favelas, che si riuniscono per scambiare esperienze, riflettere, decidere insieme; e un lavoro che queste persone realizzano col popolo delle favelas delle quali sono responsabili, cercando di favorire il sorgere della comunità cristiana di base, come cellula locale favelada della Chiesa diocesana, con le sue caratteristiche, funzioni, ministeri, attività comuni e specifiche.
Circa venti favelas, tra le quasi cento della città, già hanno una esperienza iniziale di comunità ecclesiale di base. Rari sono i sacerdoti che si dedicano un poco a questo lavoro. Sorgono tuttavia numerosi i ministeri dei laici. Tra le attività specifiche, quasi mai manca il lavoro molto pesante di difendere la favela contro i sempre ripetuti tentativi di schiacciarla, disperderla, espellerla dal terreno dove si trova.
Ogni anno si realizza un congresso di dirigenti, nel quale si affrontano i temi più caldi del mondo delle favelas – emigrazione, possesso di terra, cultura e valori del mondo delle favelas. Nel congresso le persone si incontrano, si crea un senso di unità e di popolo. Ogni due mesi una delle favelas riceve la visita del popolo delle altre: stiamo insieme tutto il giorno, in un ambiente di amicizia, discutiamo temi di interesse delle comunità, pranziamo insieme – generalmente la favela che riceve la visita si incarica di offrire il pranzo, oppure si mette in comune quello che ciascuno ha portato, preghiamo e cantiamo; a volte è presente anche il Vescovo, che celebra l’Eucaristia e parla al popolo come padre. In ogni favela si cerca un luogo fisico nel quale la comunità possa sempre riunirsi; una baracca acquistata a poco prezzo, un capannone costruito insieme in un pezzetto di terreno ancora libero, a volte un saloncino più bello, dipinto a colori vivaci.
È la casa della comunità, là tutti possono entrare, là si fa catechismo ai bambini, si celebra il culto guidato dai ministri straordinari della Comunione in assenza del prete; le riunioni settimanali sul Vangelo e i problemi della comunità sono fatte là, l’associazione di difesa degli abitanti là si riunisce, là si fanno le feste popolari e familiari, il presepio di Natale, vivente o no, l’asilo per i bambini delle donne che devono lavorare fuori, la cooperativa di consumo per difendersi dai prezzi sempre più alti, i comizi dei politici locali, il ricevimento delle autorità in visita, la scuola di alfabetizzazione… Stupisce quanta vita possa essere contenuta in così poco spazio! È la vita della comunità di base che procede sicura e forte in mezzo alle sofferenze, nel cuore pulsante della favela.
Qui si formano le personalità, si aprono gli orizzonti, si cercano i perché, si decide il “come”. Quando la casa della comunità non è sufficiente, qualunque baracca diventa comunitaria – poiché già lo era da prima, dentro lo schema di vita fraterna del favelado. All’interno di questa dinamica, possiamo dire che è cominciata a esistere a Belo Horizonte una coscienza del mondo delle favelas: anzitutto tra i “favelados”, e in seguito nella società all’intorno, che già comincia a stimarli di più, a capirli di più.
Ma soprattutto nella Chiesa, che recentemente li ha scoperti con gioia e sorpresa. Oggi il tema “favela” comincia a essere preso molto sul serio nella Chiesa locale, e in certo modo nella società civile.
Spunta un senso di ricchezza, di una presenza amica e benefica, sebbene portatrice di una sfida e specchio di una ingiustizia. I contatti si intensificano, le barriere culturali e i preconcetti danno segnali di recessione. E il mondo circostante, entrando in contatto con il mondo delle favelas, riceve sempre questa impressione: “Abbiamo ricevuto più di quel che abbiamo dato”. Chi scrive non é più solo come sacerdote in questa lotta. Alcuni preti già danno segni di interesse più diretto alle comunità di base delle favelas. Ci sono anche i laici, perfino coppie o famiglie, che si dedicano al mondo delle favelas, durante molto tempo del loro quotidiano; e non mancano anche le suore che scelgono questo tipo di servizio alla realtà della Chiesa locale.
C’è chi offre i suoi servizi a livello tecnico – soprattutto avvocati, che hanno costituito una commissione giuridica di difesa dei “favelados”, e professionisti dei mezzi di comunicazione sociale, che con entusiasmo insospettabile – nonostante le restrizioni attuali in questo campo da parte del governo – dedicano spesso alle favelas e ai loro problemi ampi spazi, aiutando a formare di più l’opinione pubblica. Anche i circoli governativi cominciano a presentare i frutti di un rinnovamento di coscienza di fronte al mondo delle favelas, dentro i limiti ovvi.
Oggi a Belo Horizonte, i rappresentanti della classe favelada possono sedere al tavolo con quelli del governo per discutere soluzioni e presentare le esigenze della classe, grazie anche alle pressioni esercitate dal “sindacato” dei “favelados” – uno degli enti rappresentativi di classe realmente liberi nella situazione attuale – alla quale non è estranea l’azione di animazione e rinnovamento delle comunità di base di favela. Spuntano anche relazioni più intense tra le “pastorali di favela” delle principali città del Brasile: Rio de Janeiro, San Paolo, Recife, Salvador. Questa comunione di intenti potrà portare, chissà, perfino a un movimento nazionale, se riusciremo a porre con chiarezza l’aspetto essenzialmente ecclesiale delle comunità di base di favela.

Foto ©Caio Flavio, Artista ©Lidia Viber

Conclusione

Gesù Cristo è il Salvatore. Prende tutta la nostra umanità e la rende grande, stabile, piena. Questo è il compito oggi della Chiesa, in tutti gli ambienti. Questo vogliamo realizzare anche noi, con le comunità di base delle favelas. Vogliamo che tutta la carica di umanità presente nel mondo delle favelas non sia corrotta, svuotata, dimenticata. Vogliamo che nella favela le persone possano vivere esplicitamente, pienamente, fino in fondo, la loro esperienza cristiana: e che tutta la Chiesa possa sentire l’immenso beneficio della presenza nel suo intimo del mondo delle favelas, con i suoi valori, la sua intensità e semplicità di vita cristiana.
Vogliamo che dentro la favela la comunità cristiana sia per tutti il punto di riferimento della speranza, della fede e della lotta per giorni realmente migliori, cioè giorni nei quali il popolo favelado possa darsi la forma e la qualità di vita che realmente corrisponde alle sue vere necessità. Il lavoro fin qui realizzato ci lascia bene sperare per il futuro. Crediamo di agire in uno dei fuochi strategici del mondo futuro.
Se é vero che questa società Latinoamericana sarà sempre più una società urbana e sempre più soggetta al fenomeno dell’oppressione (secondo la lucida diagnosi del Documento di Puebla) – e se è vero che dentro la società urbana la riserva più pura di umanità è il mondo delle favelas, come abbiamo tentato di dimostrare sopra; allora agire sulla vita cristiana del mondo delle favelas è una delle forme più efficaci di preparazione di un ambiente più umano per il futuro dell’America Latina.
Questo ambiente sarà, perciò, la matrice concreta e popolare (non intellettualista), dalla quale sotto la spinta dei valori cristiani potrà sorgere un movimento sufficientemente forte e profondo capace di modificare le condizioni sociopolitiche ed economiche dell’America Latina, oggi più che mai schiava.
Come dice il più grande studioso dell’emarginazione e povertà urbana dell’America latina, il professor Milton Santos: le FAVELAS GUARDANO AL FUTURO.

Casa cultura e Fè San Paolo, maggio 1982