Reinvestire sulla presenza. Dialogo con David Le Breton

L’oggi è per lo più adibito al fenomeno della comunicazione mediatizzata. E cioè: distanza e assenza fisica tra noi e l’altro. Mentre la conversazione nella sua autenticità è l’ambito della gratuità. È tempo condiviso. È una nuova “assenza al mondo”, a quel mondo che svuota il senso e che non concepisce la verità del «respiro del dialogo». Perché questo è un mondo che non riconosce più che siamo esseri solo di carne. Intervista con l’antropologo e sociologo francese, professore all’università di Strasburgo


12 dicembre 2025
Custodire il senso
Conversazione con David Le Breton a cura di Marco Dotti

il Professor David Le Breton antropologo e sociologo nell’Università di Strasburgo – à Paris, en 2022 PHILIPPE MATSASMÉTAILIÉ

«Comunicare non è parlare», spiega David Le Breton. Le tecniche di comunicazione hanno trasformato in profondità la vita quotidiana e le modalità di relazione con gli altri, fino a incrinare quella che, per Le Breton, è stata a lungo la matrice della socialità: la conversazione.
La comunicazione mediatizzata interpone lo schermo tra noi e l’altro, introduce distanza e assenza fisica. La parola si svuota per proliferazione. Perde peso, sostanza. Al contempo, la comunicazione è diventata utilitaristica, orientata all’efficacia, chiede risposte immediate e una disponibilità senza interruzioni. La conversazione, al contrario, appartiene all’ambito della gratuità: è tempo condiviso, flânerie, parola che si offre all’altro senza uno scopo preciso. Presuppone corpi, sguardi, voci. E la possibilità del malinteso o di un silenzio che non è un bug nel sistema, ma «il respiro del dialogo». In La fin de la conversation? La parole dans une société spectrale (Métaillée, 2024), Le Breton, antropologo e sociologo, docente all’Università di Strasburgo, da sempre attento ai temi della relazione, invita a interrogare le forme di questa nuova “assenza al mondo” e le sofferenze che produce, proponendo gesti minimi ma decisivi: conservare la capacità di scambiare un sorriso con uno sconosciuto, parlare del tempo che fa, camminare insieme, senza mediazioni tra sé e il paesaggio. Per custodire il senso, «reinvestendo sulla presenza».


Nei suoi lavori, lei parla di libertà. La pratica di camminare, il silenzio, la “disparition de soi”: sono altrettante forme di libertà… Non è poco, dinanzi a ciò che oggi comprime i nostri spazi e le nostre pratiche di libertà?
Non esiste una libertà assoluta. La nostra esistenza è incorniciata da limiti morali, sociali, culturali, da leggi scritte e non scritte che regolano il rispetto e il riconoscimento dell’altro. La libertà è ciò che facciamo di tutte queste influenze che pesano su di noi: quella piccola, ma decisiva, quota di sovranità che fa sì che ognuno sia diverso dagli altri.
In questo senso, la marcia del pellegrino, il camminare apparentemente svagato di chi esce dallo spazio urbano, la ricerca del silenzio, il bisogno di mettersi un po’ ai margini del sociale sono modi per ritrovare un ritmo. Un ritmo proprio, un gusto di vivere che spesso viene logorato dalle costrizioni della vita quotidiana. Non sono una fuga, ma una forma di protezione, la decisione di prendere le distanze dal tempo per potersi ritrovare nel tempo.

Il corpo è al centro del suo lavoro, mentre la nostra epoca sembra spingere verso la smaterializzazione digitale. Perché insiste tanto sul corpo?

Perché non abbiamo un corpo come si ha un oggetto: siamo il nostro corpo. Quando il corpo è distrutto, è la persona intera a essere colpita. Non c’è mondo senza corpo: tutto ciò che viviamo passa attraverso la mediazione dei sensi, dei gesti, delle posture, delle mimiche. Tutto è carne.
Il digitale e lo smartphone mettono oggi fortemente alla prova questa condizione corporea: passiamo ore seduti davanti agli schermi, in quella che potremmo definire una vera e propria “umanità seduta”. Il contatto fisico con gli altri e con l’ambiente si restringe. Lo temiamo o lo dimentichiamo. Da qui il richiamo alla marcia e alla pratica del camminare: è un modo di rientrare nel mondo con tutto il corpo, di reimparare a vedere, annusare, toccare, gustare ciò che ci circonda.

Lei è arrivato a definire la marcia una forma di resistenza, persino di controcultura. In che senso?

Camminare è una pratica molto semplice, ma oggi profondamente sovversiva. Il camminatore si sottrae, per qualche tempo, alla logica della velocità, dell’efficienza, del rendimento. Sceglie la lentezza, l’attenzione, la disponibilità all’incontro.
Sui grandi cammini – penso alla Francigena, a Compostela e ad altri itinerari – si crea una vera contro-società della riconoscenza e del riconoscimento: persone di età, provenienze, persino confessioni religiose diverse che si salutano, si aiutano, mangiano allo stesso tavolo, condividono fatiche e racconti. È una sociabilità elementare fatta di sorrisi, di piccoli gesti solidali, che contrasta con la frammentazione del legame sociale nelle nostre società. Contrasta la frammentazione ripartendo da ciò che è frammentato. Ricomponendolo. Per questo dico che i camminatori, i ciclisti, i giardinieri, sono forse i pionieri di un mondo a venire, in cui ci si riconosce di nuovo come presenti gli uni agli altri.

Nel suo libro La fin de la conversation? lei distingue tra comunicazione e conversazione…

Comunichiamo in continuazione, ma conversiamo sempre meno.  La comunicazione può ridursi a scambio di informazioni, a segnali brevi, a reazioni impulsive. La conversazione richiede tempo condiviso, ascolto, rischio del fraintendimento, accettazione del silenzio. È un esercizio di presenza reciproca. Hannah Arendt, nelle sue analisi del totalitarismo, distingue la solitudine scelta – che può essere anche una forma di dialogo interiore, di riflessione – dall’isolamento imposto, in cui l’individuo è separato dagli altri contro la sua volontà. Nei regimi totalitari o nelle condizioni totalizzanti l’isolamento serve a frammentare il legame sociale.
Oggi non viviamo in un totalitarismo classico, ma assistiamo a una forte iper-individualizzazione: siamo spesso fianco a fianco, ma sempre meno insieme. L’uso massiccio del digitale favorisce questo stato di isolamento in mezzo alla folla. Tornando all’esempio del camminare, raramente è una esperienza di isolamento. È piuttosto un’immersione nel mondo, una forma di solitudine abitata dagli altri, dagli incontri, dalla natura.

Lunch atop a skyscraper Foto sul supplemento domenicale del NY Herald Tribune 20.09.1932 -Impalcature Rockefeller Center di NY-Autore ignoto il più accreditato Charl (002)

Lei parla di “società spettrale”. Cosa c’è di “spettrale” nelle nostre relazioni?

Basta uscire per strada: vediamo persone tirate in avanti dal proprio smartphone, che non guardano più ciò che accade attorno a loro, indifferenti all’ambiente e agli altri con cui condividono lo spazio pubblico. I corpi sono presenti, ma l’attenzione è altrove.
Nei social network l’altro è ridotto a icona, avatar, testo scansionabile. Viene meno la densità sensibile della presenza: lo sguardo, la voce, i silenzi, i gesti. Viene meno il corpo. Per questo parlo di società spettrale: siamo circondati da presenze che non si impegnano davvero nel mondo comune, che fluttuano in uno spazio digitale dove tutto è continuamente scambiabile e reversibile.

Un altro tema centrale del suo libro è la trasparenza: tra datacenter, social, sorveglianza diffusa, lei evoca un panopticon planetario. Di contro, rivaluta l’esperienza del segreto. Un segreto che non è semplicemente il “non detto” o il “nascosto”, ma è un senso custodito, accudito, non esposto…

La digitalizzazione del mondo ci rende sempre più trasparenti. Email, messaggi, post sui social confluiscono in una gigantesca memoria planetaria. Un giorno qualcuno può venirci a dire: “Dieci anni fa avete scritto questo SMS…”. È una forma di panopticon che non riguarda più solo la prigione, ma la società intera. A Big Brother – il golem del controllo e della sorveglianza – si affianca ciò che chiamo Big Mother: l’universo seduttivo dell’entertainment, dei suggerimenti benevoli, dell’algoritmo che sembra amarci e prendersi cura di noi.
In questo contesto, l’universo del segreto, che Simmel considerava essenziale alla vita sociale, si restringe drasticamente. Siamo potenzialmente filmati ovunque, registrati ovunque; non sappiamo più se una conversazione resterà davvero tale o verrà catturata e diffusa. È un colpo durissimo alla fiducia, che è il fondamento stesso della conversazione.

Totò e Ninetto Davoli in Uccellacci e uccellini di Pier Paolo Pasolini

Nel mondo di oggi ci sono anche altri “camminatori”: rifugiati, sfollati, persone costrette a mettersi in marcia. Come leggere queste forme di cammino?

Per me non sono “camminatori” nel senso in cui uso la parola per parlare della libertà del cammino. Sono uomini e donne costretti a muoversi, spesso per sfuggire alla guerra, alla violenza, alla miseria, nella speranza di condizioni di vita migliori.
Molti di loro non hanno i mezzi per spostarsi in altro modo: quando si è estremamente poveri, restano le gambe. Ma nelle nostre società vengono percepiti come “senza anima né luogo”, persone senza casa e senza posto, quindi come potenzialmente pericolosi. È una marcia sotto costrizione, segnata da vulnerabilità estrema e da un “commercio dell’orrore” che colpisce in particolare le donne. Non è la stessa esperienza della marcia scelta, ma ci obbliga a interrogarci sul diritto a muoversi e ad avere un mondo.

Nel suo lavoro ritorna spesso l’idea che occorra “reinvestire sulla presenza”. Cosa significa concretamente?

Vuol dire, innanzitutto, riconoscere che siamo esseri di carne. Non possiamo delegare indefinitamente le nostre relazioni a schermi, piattaforme, algoritmi. Reinvestire la presenza significa riallocare tempo, energia, attenzione verso situazioni in cui siamo davvero lì, con il nostro corpo e con la nostra voce.
Questo passa per scelte molto semplici: cucinare e mangiare insieme, creare spazi senza smartphone in famiglia, a scuola, nei luoghi pubblici camminare, coltivare un giardino. Significa anche riprendere sul serio l’arte della conversazione: ascoltare, accettare il disaccordo, non registrare tutto, non trasformare ogni incontro in contenuto.
In un mondo dove la fiducia è minata dalla sorveglianza diffusa e dalla logica dei dati, investire sulla presenza vuol dire scegliere relazioni in cui ci si può ancora fidare, in cui non tutto è destinato a essere tracciato, archiviato, monetizzato. È lì che si gioca, a mio avviso, la possibilità di un futuro ancora umano, e ancora aperto alla trascendenza, per le nostre società.