Riccardo III e la guerra feroce per la conquista del trono. L’attualità di Shakespeare
I meccanismi del cuore, le ossessioni, le paranoie e le angosce che animano i potenti e le corti di ogni tempo. Un’opera dove la sete di dominio del protagonista è innanzitutto guerra al realismo. È il grande teatro che sorprende, la tragedia che scuote e che va dritto per dritto alla questione del male che dimostra, fatti alla mano, fin dove può riuscire a corrompere l’uomo. Un monito che contiene la domanda di sempre. Al Teatro Argentina di Roma e poi in tourneé uno spettacolo da non perdere. Per la regia di Andrea Chiodi, l’adattamento e la traduzione di Angela Demattè, la straordinaria interpretazione di Maria Paiato
27 marzo 2026
A tutti i costi
di Alessandro Banfi
Uno che dice dritto dritto al pubblico in sala: adesso farò questo e farò quello. Tramerò, sedurrò, cospirerò, ucciderò… finché non sarò Re.
Uno che va controcorrente anzitutto perché non è né bello, né piacevole, né fotogenico. Anzi. Torna in scena il Riccardo III in un momento storico nel quale pare quasi che William Shakespeare l’abbia scritto in questi mesi. E torna in scena facendo di nuovo il pienone nelle sale, come abbiamo visto accadere al Teatro Argentina di Roma questo mese.
Anche perché la regia di Andrea Chiodi, con l’adattamento e la traduzione di Angela Demattè, e l’interpretazione strabiliante di Maria Paiato nei panni del protagonista, ne hanno fatto qualcosa di più che una reintepretazione. Grazie alla produzione di: Centro Teatrale Bresciano, Teatro Nazionale di Genova, Teatro Biondo di Palermo e Teatro di Roma-Teatro Nazionale. Lo spettacolo teatrale è grande quando è un avvenimento credibile, un evento cui assistere. Questa edizione del Riccardo III è un vero miracolo. Cercatelo nei cartelloni teatrali della vostra città perché è un’occasione da non perdere.
«I cani abbaiono alla mia ombra…»
Intanto l’inizio. L’incipit è quasi tutto, non solo qui e non solo in Shakespeare. Ma questo monologo iniziale è l’inizio degli inizi. «Now. The winter of our discontent…». Now, ora. Adesso, qui. Azione. Si comincia, si parte. Gli studiosi del teatro elizabettiano dicono che in quel periodo luoghi come il Globe di Londra erano vissuti da un sacco di gente. Non c’era sipario, non c’era buio in sala, niente luci, qualche torcia al massimo. Per cui quel “Now” era un fischio d’inizio, uno squillo di tromba, un colpo di pistola a salve, da starter. “Now”. Per il teatro e per i teatranti, non solo per loro, un vero totem. Credo di aver visto parecchie messinscena del Riccardo III e mai mi è capitato di veder buttato giù questo totem. Dico una cosa forse stupida: per me il teatro è quel monologo iniziale. Monologo che ho imparato a memoria nei primissimi poetici versi in inglese. «Now, the winter of our discontent made a glorious summer under the sun of York…». Il sole degli York che hanno vinto la guerra delle due rose. E il protagonista, storpio dalla nascita, grande guerriero, deve rassegnarsi alla pace, al tempo di pace. Inizio fulminante, confessione pubblica, flusso di (mala) coscienza che investe la platea, promessa di intrighi ed orrori. «I cani abbaiono alla mia ombra…».
Il monologo del “Now”
Ci volevano tre geni che hanno il palcoscenico nel sangue e nel cuore, non solo nel cervello: Chiodi, Dematté e Paiato. Ci volevano loro in questa superba edizione del Riccardo III per buttare giù il totem e far partire la storia da una scena di famiglia, in cui il piccolo Riccardo è un bambino che si fa ripetere dalla madre la genealogia della casata per arrivare a ripetere sempre la stessa domanda: «Mamma, diventerò Re?» La patologia del potere, la continua ossessione per il trono, comincia da quel No materno: «No Riccardo, non sarai mai Re». Tre volte chiesto, tre volte negato.
Un muro di opposizione all’origine di tutto. Per parafrasare un famoso titolo di psicologia educativa: quel No non fa crescere. O meglio fa crescere un mostro. Mostro psicologico e mostro fisico. Colpo di genio dell’adattamento: c’è un prima che spiega e illumina il monologo, lo interpreta, lo metabolizza prima che ci arrivi addosso. Perché poi, lo dico per rassicurare noi fan amatoriali, il monologo del “Now” c’è eccome e lì si capisce che Maria Paiato sta per dare vita sulla scena ad un Duca di York memorabile, credibilissimo nella sua aperta arrabbiatura. Affascinante nel suo non essere ipocrita e schiettamente realista.
L’enorme tavolone di Putin
Riccardo, ultimo York, convenzionalmente ritenuto il monarca che chiude il Medioevo inglese, è esistito davvero. E davvero ebbe una qualche infermità, come dimostrerebbero anche gli esami scientifici dei suoi resti. Alla National Portrait Gallery a Londra c’è un suo ritratto severo e direi arrabbiato. Che cosa abbia visto in lui Shakespeare per farne un ritratto dei tratti essenziali di ogni potere resta terreno di indagini specialistiche. Certo è che lui, Riccardo, racconta i meccanismi del cuore, le ossessioni, le paranoie e le angosce che animano i potenti e le corti di ogni tempo… Di sicuro il regista Andrea Chiodi ci aiuta ad entrare in questa descrizione, immaginando un enorme tavolone alla Vladimir Putin nel centro della scena.
Vi ricordate quel super mobile, fatto fare tra l’altro in Italia, che il leader del Cremlino usò, durante il Covid e anche un po’ dopo, per ricevere Emmanuel Macron? Ecco è un oggetto così a fare da epicentro drammaturgico di tutta la vicenda.
Quando il potente di turno prega platealmente
Può un mobile incarnare il potere, gli intrighi e anche un po’ l’assurdità di questi uomini al comando? Spaventoso e grottesco assieme. La scena della seduzione di Lady Anna, seduzione compiuta di fronte al feretro del marito, è talmente coinvolgente che ci si dimentica che Paiato sia anche lei una donna. E quando il complotto con Lord Buckingham va avanti ecco il momento della finta preghiera. Momento che viene sottolineato e rimarcato di fronte al pubblico e alla platea.
Non credeteci quando un potente della Terra prega platealmente. Non credeteci. E qui, dopo Putin e Macron, viene in mente Donald Trump alla Casa Bianca. Non è un caso che Riccardo III (che comunque è ancora l’opera di Shakespeare più rappresentata nel mondo) torni oggi sul palcoscenico: a ricordarci fra l’altro che anche per i potenti il successo comincia ad essere una disgrazia appena lo si è raggiunto.