Sirat, un “on the road” sullo stretto ponte della vita
Tempi sgangherati come questi possono prevedere la fuga dalla realtà. La meta del distacco è un rave party in un paesaggio quasi lunare della fascia presahariana e dell’Erg marocchini. Qui converge un’umanità singolare, per nulla sprovveduta, solo all’apparenza ingenua. La vicenda è tutto fuorché rumore. Succedono cose. Fatti sorprendenti pur in scenari di guerra. Una storia semplice, importante, sorprendente che fa emergere, nella complessità, una domanda di vita autentica. Ecco un film, diretto dallo spagnolo Oliver Laxe, che va al nocciolo della questione. Una questione così umana da generare sguardi e silenzi
13 marzo 2026
Senso e destino
di Walter Ottolenghi
Ṣirāṭ o, meglio, Ṣirāṭ al-Mustaqīm è la via, la retta via del musulmano devoto nel corso del suo passaggio terreno. Nell’escatologia islamica è anche il ponte, sottile come un capello e affilato come una spada, che le anime devono attraversare per accedere al Paradiso. E, comunque, strada.
Trattandosi di storia intensamente spagnola per regia (Óliver Laxe) e co-produzione (El Deseo dei fratelli Almodóvar), si potrebbe anche parlare di camino. Un itinerario verso il senso e il destino, come quello calpestato da milioni di pellegrini per tempi tormentati (a peste, fame et bello libera nos Domine) o dai molti Parsifal e Don Quijote tanto animati dall’ideale quanto sgangherati nel fare i conti con la realtà. Da qualche secolo prima che Kerouac fosse.
Una torre di babele
Che così è, alla fine, la questione. Con una colonna techno al posto di ballate, cori e salmodie. E il paesaggio di rocce, sabbia e montagne lunari della fascia presahariana e dell’Erg marocchini. E una torre di Babele di casse acustiche, amplificatori e decine di migliaia di watt martellanti a sfidare le altezze e la verginità di un ambiente di millenaria incontaminazione. Un terreno profanato da uno sterminato parcheggio di camper impolverati e vecchi bus e furgoni trasformati in rifugi viaggianti.
Sono ingredienti e contorni di un rave party e di una massa incontenibile di partecipanti a un rito di sapore ancestrale. Come rito iniziatico di un patto tribale tra sconosciuti che si sfiorano senza incontrarsi ma che si cercano nel rapimento di un suono che penetra i corpi e li trasporta in una dimensione altra. Per quanto fissati nella ripetizione di movimenti sempre uguali in uno spazio fisico di poche decine di centimetri quadrati per ciascuno. Una tecnica di trance vecchia quanto il mondo, come termine di una parabola di millenni dove la danza, dopo aver rappresentato e comunicato un po’ di tutto dei sentimenti umani, sembra tornare alla sua funzione primordiale di evocazione del daimon.
Un nuovo cammino
Una fuga dal perimetro della realtà che termina con l’irruzione di un drastico cambio di scena. L’arrivo di una colonna militare. È scoppiata una guerra e il campo va sgombrato. Alla partenza scortata dai soldati verso zone più sicure qualcuno preferisce intraprendere un viaggio non autorizzato verso sud, dove li aspetterebbe un nuovo rave party, una nuova isola riparata dal vento incontrollabile della realtà. La compagnia dei fuggitivi è piccola e assortita. Tre coppie franco-spagnole e un padre alla ricerca della figlia appassionata di rave, sparita da sei mesi, accompagnato dal figlio minore.
L’immensità e la solitudine del paesaggio desertico accompagnano i viaggiatori in uno scenario ideale per marcare il distacco dal mondo in guerra, di cui l’unica eco arriva dai notiziari captati da radio e tv portatili. Pure qui, però, testimoniata dalle interminabili code di profughi su piste polverose e dalle difficoltà di rifornimento, dalla benzina in taniche contrabbandate a dorso d’asino.
Mettere in circuito le menti e i cuori
Per evitare convogli militari ci si avventura in percorsi alternativi e accidentati, dove l’asprezza delle circostanze si rivela ormai ineludibile. Il clima nel gruppo cambia. Da dietro le maschere dei corpi tatuati, delle capigliature improbabili, dei make-up fatti per stordire l’occhio più che affascinarlo, dietro queste difese costruite, forse inconsciamente, per marcare una barriera tra la propria intimità e ogni possibile penetrazione di un mondo che si vuole estraneo, emerge un bisogno di apertura. Di più, di scoperta della necessità di trovare e di offrire un sostegno, si tratti di un aiuto concreto a chi rischia di restare indietro o di una conversazione che muove di dentro. Quelle cose per cui la musica deve farsi più bassa e che arrivano dove le bottiglie di birra non bastano a creare un legame, a mettere in circuito le menti e i cuori.
Affidamento e abbandono
Il padre e il figlio alla ricerca di figlia e sorella, visibilmente alieni rispetto al contesto e inizialmente mal sopportati come un’inutile zavorra, col loro rappresentare un’inattesa irruzione di un mondo esterno e con la loro fragile inadeguatezza rispetto alla durezza del frangente, con la presenza loro e della loro ricerca, sono l’elemento imprevedibile che semina il cambiamento. Il loro bisogno di essere assistiti e aiutati è una provocazione alla quale non ci si riesce a sottrarre. L’umanità che chiede e che cerca produce e comunica un’energia irresistibile. Può spaventare e respingere o, più spesso di quanto ci si possa aspettare, attrarre. In ogni caso muove. E il movimento, imprevedibilmente, crea novità. Il viaggio e le soste in un deserto senza oasi, tra sassi, sabbia e montagne spoglie mettono a nudo le persone quanto nudo è il paesaggio e i modi di aiutarsi e di parlarsi diventano più immediati e attenti. Più semplici ma meno banali. Le occasioni di sostenersi e di soccorrersi non sono poche, quante sono le emergenze del cammino. E i discorsi, i dialoghi pescano in una confidenza, un’apertura di cui forse prima si temevano gli effetti quando li si preferiva coprire coi decibel del rave.
Si parla di sé, dei fallimenti e delle attese, della vita e persino della morte. “Putain, c’est serieux”, dice uno dei protagonisti ricordando una delle ultime frasi del padre malato. La generosità, la solidarietà, gli affetti e l’empatia non bastano per superare il ponte sottile come un capello e affilato come una spada. Sopra il campo minato delle nostre impazienze e dei nostri deliri.
In realtà il passaggio è alla portata di tutti, ma non tutti lo scelgono. È una scelta di affidamento e abbandono, che accompagna dall’altra parte. Da dove il viaggio continua su binari sicuri che nessuno poteva immaginare. Con la compagnia di un’umanità diversa e variopinta. Dove i contatti sono fatti di sguardi e silenzio. Sopra un treno che va. Inshallah.
Sirāt è un film del 2025 diretto da Óliver Laxe, uscito in Italia nel 2026. Girato in Super 16 millimetri per scelta estetica.