Sulla soglia del diventare
Riflessione a partire da un corso di fotografia chiamato Officina Visiva al CMC. Il professore sorpreso dal lavoro di Marta ed Eleonora, le più giovani del gruppo. Perché, in modo paradossale, le due ragazze sono state capaci di scendere più in profondità intorno al tema proposto della memoria e del futuro. Dove è entrato in gioco la questione della nostalgia. E il professore, nel tornare a quei lavori, si è chiesto: è davvero possibile provare nostalgia quando si è all’inizio di tutto?
27 febbraio 2026
Immagini in sospeso
di Lorenzo Buggio
Oggi mi trovo a ragionare su una doman da che non avevo messo in conto di farmi. Me la sono ritrovata davanti quasi per caso, o meglio per quella strana forma di attenzione che si sviluppa quando si osserva il lavoro degli altri con occhio aperto: è davvero possibile provare nostalgia quando si è all’inizio di tutto?
La nostalgia appartiene solo agli adulti?
Nei mesi scorsi ho insegnato fotografia in un corso chiamato Officina Visiva, un’esperienza nata non solo per trasmettere tecnica, ma per spingere i partecipanti a costruire un progetto personale attorno al tema della memoria e del futuro. Tra tutti i lavori che ho visto nascere ce ne sono due su cui continuo a tornare, quelli di Marta e di Eleonora. Hanno rispettivamente 18 e 17 anni, sono le più giovani del gruppo e, in modo quasi paradossale, sono state quelle capaci di scendere più in profondità. Noi adulti abbiamo una tendenza, spesso inconsapevole, a pensare che la nostalgia appartenga a chi ha vissuto molto. La associamo a chi ha dovuto lasciare un paese o una vita, a chi ha attraversato perdite che non si riparano. Come se per guardare indietro con quella sensazione nel petto ci volesse prima un passato abbastanza lungo e abbastanza pesante da giustificarla, ma questa convinzione, comprensibile, ci fa perdere qualcosa di importante: ci rende meno presenti ad altre forme di quel sentimento.
Dettagli e la domanda più vera
Una di queste forme riguarda chi sta crescendo. Perché crescere non è solo aggiungere. È anche lasciare. Non per dimenticanza o per fretta, ma in modo attivo, consapevole, a volte doloroso. Ogni volta che si sceglie davvero di andare avanti, si sceglie anche di non portare tutto. E in quel momento, forse il primo della propria vita in cui lo si sente davvero, nasce qualcosa che assomiglia moltissimo alla nostalgia. Non quella di chi guarda una vita intera dall’altra parte del tempo, ma quella di chi ha alzato il piede per la prima volta, si è voltato a guardare, e ha scoperto che dietro c’era qualcosa a cui teneva. I lavori di Marta ed Eleonora mostrano esattamente questo. Non il tentativo di immaginare chi diventeranno, ma qualcosa di più difficile e più raro: la capacità di stare dentro il cambiamento mentre sta succedendo, di guardarlo senza fuggire né verso il futuro né verso il passato. Quello che mi ha sorpreso di più non è il loro linguaggio visivo in sé, ma cosa hanno scelto di fotografare. Non grandi eventi, non svolte, non momenti che si presentano da soli come importanti. Piccole cose. Dettagli che di solito passano inosservati proprio perché fanno parte di quel paesaggio quotidiano a cui si smette di fare caso. Eppure, sono esattamente quei dettagli a contenere la domanda più vera che entrambe, forse senza saperlo in modo esplicito, stavano portando avanti: cosa posso portare con me, e cosa invece devo lasciare?
L’instabilità di un piede
C’è un’immagine su cui continuo a tornare, probabilmente più di quanto sia necessario. Un piede sollevato, sospeso, che non ha ancora deciso dove posarsi. C’è qualcosa in quella sospensione che sento molto vera. Il passo vecchio è già stato abbandonato, quello nuovo non è ancora compiuto. E in quel momento instabile si vede con una chiarezza insolita tutto quello che si sta lasciando, senza poter ancora sapere nulla di dove si finirà. È un’immagine di nostalgia nel senso più preciso del termine: non rimpianto per un passato lontano, ma percezione acuta di una soglia che si sta attraversando adesso. L’altra strada possibile, altrettanto vera, è quella di fotografare ciò che si sa già che rimarrà: gli amici, il cane, la panchina. Non come perdite, ma come punti fermi. E in questa distinzione, che emerge naturalmente senza essere dichiarata, c’è qualcosa di più consapevole di quanto potrebbe sembrare.
Crescere ha un costo
La nostalgia non riguarda tutto il passato indistintamente. Riguarda quella parte specifica che sai di non poter portare con te, quello che devi lasciare per poter fare il passo. Riconoscere questa differenza, tra ciò che resta e ciò che si perde, è già una forma di elaborazione. Una maturità che non ha bisogno di anni per esistere. Marta ed Eleonora non mi hanno spiegato tutto questo. Me lo hanno mostrato. E c’è una differenza enorme tra le due cose, soprattutto quando si parla di qualcosa di così difficile da mettere in parole come il momento in cui ci si accorge, per la prima volta, che crescere ha un costo. Non un costo insostenibile, non necessariamente triste, ma reale. Un costo che merita di essere guardato, invece di essere liquidato in fretta con un “sei giovane, hai tutto davanti”.
Avere tutto davanti non significa non avere niente dietro. E anche a 17 anni, anche alla prima vera soglia, quello che si lascia conta eccomi