Tutti gli uomini del Presidente: esempio di stampa libera

Cinquant’anni fa arrivava sui grandi schermi un film che ha fatto epoca. Diretto da Alan J. Pakula, è un affresco coinvolgente di assoluta attualità. Il cuore della storia è l’inchiesta di due coraggiosi reporter – interpretati da due magnifici attori: Robert Redford e Dustin Hoffman – del Washington Post che determinerà le dimissioni del presidente Usa Richard Nixon. Visti i tempi che corrono sembra proprio di immergersi in un’epoca definitivamente superata. Laddove c’è un presente dove prevalgono gli errori di stampa    


13 marzo 2026
Lo scandalo Watergate
di Giancarlo Grossini

A destra, il Presidente Richard Nixon

Un film che va recuperato perché la storia raccontata, storia di ieri, è capace di diventare specchio dell’attualità grazie al cinema che trova un punto d’accordo fra le due dimensioni temporali. Tanto inconsueto quanto sorprendente è il mondo che rappresenta, che appare senza tempo proprio perché fa tesoro di una realtà spiacevole, segno dei tempi e della presunta democrazia appoggiata da alte cariche presidenziali.

Complicità e complotti

Il film si avvicina a un resoconto scottante che rimanda a una specie di memoria alla Vico, fra corsi e ricorsi storici. Quelli che in Tutti gli uomini del presidente di Alan J. Pakula, si mescolano allo spettacolo. Come dire un gioiello di visione, datato 1976, in grado di coinvolgere senza mostrare i segni del tempo, se non per scenografia e costumi comunque ben inseriti nel contesto e quindi perfetti per ricordare epoche passate. È il caso Watergate (1972) a far da trama, con Presidente Usa in primo piano, era Nixon, e il racconto si snoda fra complicità e complotti, smisurate voglie di vittoria al punto di devastare quel che appariva come un probabile contendente alle elezioni per la parte dei democratici.
Cosa possiede l’opera di Pakula per essere un classico? La perfetta fusione di generi proposta: un po’ thriller, come mostra la parte iniziale, un po’ documentario, fin dalla sequenza d’avvio, ma soprattutto un solido esempio di come si possa “sbattere il mostro” in primo piano sul grande schermo. Alle indagini ci pensa una coppia, mai così armoniosa ed empaticamente calibrata, addirittura, orologio alla mano, nel numero delle inquadrature con la macchina da presa che scivola dall’uno all’altro volto senza concedere più “punti” a Robert Redford e a Dustin Hoffman. Sono loro i due giornalisti del Washington Post che solleveranno dubbi, sveleranno intrighi e porteranno l’America a scoprire uno stato di accusa che sfociò per l’allora Presidente nelle dimissioni del 1974.

Robert Redford- Dustin Hoffman in Tutti gli uomini del Presidente di Alan Pakula

Il ticchettio delle macchine per scrivere

Come rendere vero spettacolo una trama così difficile, e con poche possibilità di entrare in sintonia con lo spettatore, chiamato a trascorrere oltre due ore di proiezione? Bisogna essere autori come Pakula, scomparso nel 1998, sempre snobbato agli Oscar, mai vincitore nei festival come Venezia o Cannes, eppure con titoli celeberrimi nella carriera con soli 16 titoli, ma che titoli, tali da portare alla staffetta più ambita le sue protagoniste, da Jane Fonda in Una squillo per l’ispettore Klute del 1971, a Meryl Streep, mai così struggente come in La scelta di Sophie del 1982. E Tutti gli uomini del Presidente? Quattro Oscar, certo, ma dimenticando il regista e i due grandi attori. Spigolando fra le sequenze colpisce l’affresco del mondo del giornalismo, quando non esistevano computer e tutto era affidato all’effetto speciale, prodotto in colonna sonora, legato al ticchettio delle macchine per scrivere, una sorta di altro accompagnamento musicale dove le note sono i tasti più volte inquadrati, e che segnano il progressivo avanzamento delle indagini attraverso la carta stampata dei due redattori. Una sorta di elemento che aumenta la suspense, filo rosso del film, coadiuvata dall’alternanza della luce e del buio, marchio distintivo che contrassegna rispettivamente l’ambiente del Post e, gli incontri con “Gola Profonda”, il funzionario-informatore.

Fumo in redazione

Pakula ricorre addirittura alle consultazioni degli schedari, con le mani che cercano spasmodicamente documenti importanti, per aumentare il ritmo sonoro e la tensione ancor più evidente nelle corse notturne di Redford. Una ultima considerazione, apparentemente poco importante: osservare il look dei personaggi: le loro cravatte larghe e piatte, la camicia di Redford sempre più variegata rispetto a quella di Hoffman che diventa “variegato” grazie ai capelli, gareggiando in vaporosità col taglio di Redford. E poi, se proprio si vuol dare spazio a un clima che oggi definiremmo “pestilenziale”, la presenza delle sigarette che riportano a redazioni avvolte dal fumo, quasi a far da elemento essenziale nella composizione dei pezzi da pubblicare.