Viola Ardone: la forza di pace dei bambini

L’insegnante e scrittrice napoletana con Tanta ancora vita (Einaudi, collana Stile libero) manda in libreria un romanzo di speranza e salvezza al tempo delle guerre. Un bambino ucraino di dieci anni è la voce che mette a soqquadro le esistenze di due donne che, per ragioni assai diverse, hanno la vita “sbilenca”. La sua è una presenza che contagia. Fragile e matura. Vera e contagiosa. Uno sguardo di affascinante verità che provoca a non cedere alla tentazione di imbalsamare l’esperienza del dolore 


17 ottobre 2025
L’amore riscoperto
di Enzo Manes

La scrittrice di Napoli Viola Ardone

L’infanzia è una presenza costante nei libri di Viola Ardone. L’attrae il punto di vista dei bambini quasi che la loro naturale fragilità è già comunque testimonianza di una certa, quanto sorprendente (per una diffusa reticenza a comprendere degli adulti) maturità e dunque capacità di scompaginare consuetudini improvvide, incrostazioni esistenziali dei più grandi inclini a frequentare il falso e le scorciatoie. Nel suo ultimo romanzo, Tanta ancora vita (Einaudi nella collana Stile libero) lo sguardo del bambino che penetra la realtà è il cuore di una storia dove la tragedia della guerra russo – ucraina ne è l’origine.

Il treno per Napoli

Come purtroppo abbiamo imparato a conoscere è straziante il rapporto fra la guerra e i bambini perché ogni infanzia è violata in quella condizione di vita estrema e assai spesso mortale. Le guerre tradiscono le persone e in modo particolare esprimono la bruttura intollerabile del tradimento quando di mezzo vi sono i volti indifesi dei più piccoli.
In Tanta ancora vita incontriamo subito Kostya, un bambino ucraino di appena dieci anni che sta vivendo l’esperienza traumatica della guerra. Suo padre Roman gli sta spiegando per bene che deve raggiungere Napoli perché lì vive nonna Irina, sua madre. Kostya non può più rimanere in Ucraina perché lui, Roman, ha deciso di arruolarsi come volontario nell’esercito e sua madre non c’è da sempre, Kostya mai l’ha conosciuta anche se non dispera un giorno di trovarla. Mentre in Italia c’è la nonna che lo sta aspettando.
Il viaggio soprattutto in treno, oltre tremila chilometri, è come un’iniziazione alla vita, un’avventura, un percorso di salvezza che lo mette a dura prova. E in quel cammino anche assai tortuoso lui, che ha solo dieci anni, dimostra di sapersela cavare, quasi un “ometto” con lo spirito dello scugnizzo. E più si allontana dalla sua terra, dall’affetto del padre, meno riesce a scalzare pensieri che intervallano paura per quel che ha lasciato e desiderio di perdersi in un abbraccio di pace, stretto stretto alla sua nonna. 
Ungheria, Repubblica ceca, altre nazioni, poi l’Italia, ancora un po’ di treno, ed eccolo a Napoli. Tragitto lungo, tragitto in solitaria pur avendo incrociato persone ed altre storie. Tragitto scandito anche da telefonate rapide e brevi e messaggi al Tato (così chiama suo padre). Adesso che è arrivato deve giungere alla destinazione finale. E lì la sua voce fa conoscenza con una seconda voce. E immediatamente dopo con una terza. Per il motivo che il romanzo di Ardone è costruito a tre voci che hanno il tempo necessario di dire e fare (o non fare). Quella di Kostya, quella di nonna Irina, quella di Vita che poi è la padrona di casa dove la nonna lavora a servizio. Ma questo papà Roman mica l’aveva detto al piccolo. A proposito delle menzogne degli adulti.

Voci polifoniche

Vita è la donna che gli apre, suo malgrado, la porta di casa avendolo trovato rannicchiato sullo zerbino. Di professione è insegnante in una scuola serale, prima al liceo. Il nome sembra proprio non c’entrare più nulla con quel che ha vissuto e sta vivendo. Il matrimonio con il marito Massimo, giornalista radiofonico a Roma, in frantumi; il figlio morto quattro anni prima travolto da un’auto sulle strisce pedonali a pochi giorni dalla laurea conseguita. Con lui continua a parlarci, però; gli scrive lettere, gli affida confidenze. E lei, da qualche mese, è costretta a fare i conti con una grave forma di depressione che chiama Orietta, con cui ha continui corpo a corpo che le producono stati di quotidiana e crescente disperazione. Disperazione che la provoca a tentare di chiudere definitivamente con una vita che ormai considera bruciata.

Diego Loffredo Napoli 2023 @diegoloffredo74

Insignificante nel suo terribile significato

La terza voce è quella di Irina, la nonna, da vent’anni in Italia. La donna che svolge mansioni domestiche nell’abitazione di Vita. La donna che è stata tenuta all’oscuro dal figlio Roman dell’arrivo del nipote. La donna che tutti i mesi spedisce i risparmi al figlio che scopriamo essere un nullafacente con un padre dedito all’alcool, a letti che non sono quello matrimoniale e al tirare a campare. La donna che parla un italiano approssimativo ma che, per rendere efficace quel che vuol dire, butta lì versi assai pertinenti della Divina Commedia. La donna che ha studiato in Ucraina, laureata in Filosofia, perché testarda nel non seguire i consigli interessati della famiglia.
E così le tre voci, polifonicamente esprimono e si esprimono. Prendono la parola, occupano alternativamente la scena anche se sulla scena sono quasi sempre tutte e tre presenti. Ma è soprattutto la voce di Kostya a provocare le vite “sbilenche” della padrona di casa e di sua nonna. Come una ventata fresca che viene dall’est che forse sua nonna ricorda ancora. Di certo quel vento che fa irruzione è novità per Vita. Vorrebbe resistere alla presenza interrogativa, drammatica, eppur vitale di Kostya. Quasi quasi ci riesce. Ma non può averla vinta in quel progetto distruttivo in ragione di un rapporto che si fa via via sempre più interessante.

Diego Loffredo Napoli 2022 @diagoloffredo

Riscoprirsi madre

L’Ucraina della guerra è lontana ma anche vicina. Le radici sono le radici. Gli strappi sono strappi. La distanza non è dimenticanza. Il legame tra quelle tre voci apre, piano piano, a iniziative anche forti, coraggiose, imprevedibili. Quel che fa capolino, allora, è il volto dell’amore. Ma un amore né furtivo, né fuggevole e neppure illusorio. Stavolta si mostra per ciò che è per davvero. E questo cambia non poco il corso della storia. È Kostya, sì proprio il bambino di dieci anni appena, arrivato a Napoli da solo, mandato da suo padre dalla nonna anche se lui non voleva proprio, a indirizzare per altre vie le vite “sbilenche” della padrona di casa e di nonna Irina. Ma soprattutto quella di Vita quando lei è quasi prossima a cedere al consiglio fatale di Orietta. E così Vita approccia, forse timidamente, la via della verità, della riscoperta a poco a poco di un gusto che non avvertiva più da tempo. Una rinascita, come la schiusa delle uova che le tartarughe lasciano sulla riva del mare. Ecco allora che Ardone può scrivere a un certo punto: «Questo fanno i bambini alle persone. Le sincronizzano sul tempo dell’amore».
Dall’Ucraina a Napoli: una storia d’amore. Grazie a quel bambino che non ha l’età per viaggiare da solo. Che ha invece l’età per testimoniare come la fragilità non esclude la maturità. Che ha la sveltezza nel capire quel che gli succede davanti e all’intorno, farina di un sacco buono. Kostya è una bella e lieta sorpresa. Vitale. Kostya è un figlio, un nipote, che è una storia. Come dice nonna Irina: «Un ragazzino senza storie è come una casa senza finestre». E lui ha avuto il merito di far aprire le finestre di una casa che era ormai odor stantio, di chiuso, di ore rapprese, ormai solo abitudine alla regressione, al venire meno, alla rinuncia che fa sempre male. Per Vita si affaccia la possibilità concreta di scoprire la freschezza della rinascita. Di riscoprirsi madre nell’accudire il piccolo Kostya, bisognoso di affetti, trovato addormentato fuori dalla porta, sullo zerbino di una casa inospitale. Un po’ di pace ritrovata al tempo delle guerre. «La guerra non dovrebbe mai uscire dai videogiochi». Già.